(la mia) Ruta 40 - ITA
Saturday, April 22, 2006, 01:54 AM
Questa è la Bambi nuda.
Non volevo scandalizzare nessuno e cosí non ho pubblicato una foto porno: questa ha un che di erotico....
O è porno?



Le ragazze, specialmente in Sud America, invecchiano presto. Così a Ushuaia i 19 anni della Bambi si sentono tutti: la pompa dell’acqua perde e lo scappamento tra il turbo e il motore, è fessurato. Si può saldare, ma trovare a Ushuaia qualcuno che lo sappia fare, è una impresa. In mancanza di concessionarie Iveco, questa volta è la Prefettura Navale Argentina che si prende cura della Bambi. Cercano anche di prestarmi un pneumatico. Anche loro hanno in dotazione una Iveco 4x4 come la Bambi. E montano ruote 7.50x16. Ma forse hanno anche le 9.00.
Sembra che le hanno…. No. Cioè sì, ce l’hanno. Ma non ce l’hanno.
… poi mi indicano chi può saldare lo scappamento. Con una saldatura alla meglio e un fazzoletto di amianto fermato da due abrasaderas posso ripartire. Ma per la pompa dell’acqua devo trovare alla svelta un ricambio originale.



Ushuaia, el fine del Mundo. Molto bene. Da quaggiú si può solo risalire.
Non in senso morale, dove anzi ho in progetto di precipitare al più presto per eventualmente riservarmi di per risalire quando sarò moooolto più vecchio. Vittorio Sgarbi docet.
Intendo “risalire” in senso geografico e climatico.
Sopporterò il freddo fino a San Martin de los Andes. Poi non ne voglio più sapere. Avrò chiuso per sempre con basse temperature, e riscaldamento forzato.



Lascio Ushuaia la brutta, la mitica. Lascio Ushuaia il sogno realizzato, per affrontare un altro sogno. Percorrere la Ruta 40. Suggerisco di abituarsi a pronunciarla Ruta Cuarenta. Questa volta sarò solo. Fanny e Marcelo fra una settimana torneranno a Mar del Plata. Fred e Inês viaggiano con tempi diversi dai miei.



A Rio Grande c’è la Iveco. Ma è un giorno perso, a cercare il Sacro Graal in un posto dove il freddo rallenta i miei neuroni già drogati dal meraviglioso viaggio al di qua e al di là della Cordillera. Anche Fred e la sua mitica Westfalia hanno bisogno di cure. Il motore – non si capisce perché, a un motivo c’è sempre – sputa 1 litro di olio ogni 100 kilometri.



Andiamo a Punta Arenas. Ma passata la frontiera di San Sebastián, dopo 148 kilometri di ripio (bello), alle 17 arriviamo a Porvenir, paesino tranquillo e ordinato, affacciato su un golfo stretto e circondato da acantilados ventosi. A dispetto delle convinzioni di Marcelo, che contava su un passaggio immediato, il traghetto per passare lo stretto di Magellano ci sarà solo domani alle 19.



Francisco, il gentile cassiere dell’unica banca del paese mi invita a teatro. Fu così che la sera stessa che arriviamo a Porvenir, luogo del quale lo stesso pomeriggio neppure sapevo la esistenza, mi trovo immerso nell’atmosfera magica delle luci soffuse, tra Blancanieve y Caperucita Roja che interpretano una ironica parodia della società Chilena contemporanea. Bravo!



Incontriamo la stupenda Hosteria Yendegaia che significa Bahia Profunda en lingua Yamani, i primi abitanti, navigatori in canoa. Domani è il compleanno di Fred e possiamo festeggiare mangiando prelibatezze e brindando con un ottimo Cabernet Chileno.



Ivan Pablo, il dueño che ha riscattato la casa che apparteneva a suo nonno, ci accoglie poche settimane prima di lasciare il mestiere per raggiungere la moglie a Punta Arenas e riprendere gli studi di Ingegneria economica.



Ivan, inoltre è il fratello del concessionario Iveco di Punta Arenas e faxo la mia richiesta di pezzi di ricambio la sera stessa del nostro arrivo a Porvenir. Purtroppo non servirà. Il giorno seguente ci accompagna a volare e Marcelo può solo regalare a Fred il suo battesimo di volo in parapendio. Comunque grazie Ivan. Y mucha suerte.



In questo angolo del nostro amato pianeta, due elementi regnano su tutto: i castori e e il vento.
I castori, alle pendici della Cordillera, hanno a disposizione tante grandi radici fresche da rosicchiare con quei bei dentoni. Naturalmente non c’è un partito o un movimento politico che si preoccupi di insegnare ai castori che quelle radici sono attaccate ad alberi vivi. Così, qui come nei grandi parchi del Nord America, i boschi sono per metà grandi chiome vive dei colori dell’autunno e per metà scheletri di albero e tronchi abbattuti.
Non per un incendio o una tempesta di fulmini, ma per dei delizionsi roditori che si divertono a costruire dighe distruggendo boschi. Una sciagura.



Dopo i castori, o molto prima, il vento è il vero re di queste latitudini. Tanto che tra Punta Arenas e Puerto Natales, l’uomo gli ha dedicato un monumento. Strano. Da Alejandra Ruddoff (che in più è donna) mi sarei aspettato un gioiello che se chi potesse muovere, o che suonasse, o almeno fischiasse. Invece. Quattro enormi aghi di acciaio piantati nella terra. Bello! Però…



Il traghetto tra Porvenir e Punta Arenas per noi è una bisca. Il fatto è che Inês ci ha insegnato un gioco di carte che ci diverte parecchio. Cosí le tre ore di navigazione, tra i flutti imponenti dello Stretto di Magellano, stretti in cinque nella Bambi, passano in un lampo.



Punta Arenas è una cittadina ineterssante e molto ben organizzata. Qui esiste la Zona Franca: un enorme centro commerciale dove molti Argentini vengono a comprare elettronica, quasi agli stessi prezzi di Ciudad de L’Este. Io qui acquisto 3 nuovi pneumatici 8.25x16 per poter proseguire il viaggio e affrontare la Ruta 40 con il corretto equipaggiamento.



Cerco di riparare la pompa dell’acqua ma desisto. Impossibile trovarla. Al tramonto arriviamo a Puerto Natales, che mi sembra una cittadina svizzera, con il lago, le montagne e i tetti spioventi….e una originalissima mano di cemento che sbuca dalla terra… già visto a Punta de l’Este, Uruguay. Alzi la mano chi ha copiato.



A 10 kilometri dalla frontiera i Chileni non vogliono farci uscire, perché non esiste nessuna indicazione per l’Argentina. Si chiama Dorotea e la mia mente vola immediatamente al Mago di Oz, in questo paesaggio aspro che ora per me è familiare, in queste distanze enormi che sto riuscendo a congiungere, in questa atmosfera magica che mi fa scoprire ogni giorno un panorama differente.



È così che, ripassata la frontiera, mi trovo alle 8 di sera (passare la frontiera significa anche avanzare le lancette dell’orologio di un’ora) all’inizio della mitica Ruta 40. Termina a Abra Pampa, 4000 kilometri a nord. Io ne percorrerò solo 1000, tutti nella provincia di Santa Cruz.
Affronto di notte i primi 200 kilometri, di cui 80 sono di ripio, sterrato. Per le contunue deviazioni imposte dai cantieri sulla strada, viaggiare è pericoloso.
La foto dell’inizio della 40 è di rigore. Come fermarsi a metà strada a contemplare le stelle che le puoi quasi toccare e i meteoriti che ci fanno festa. Chi li ha avvisati che passavamo di qua?



El Calafate, tappa obbligata sulla Ruta 40, significa lasciare Fanny e Marcelo. Ma significa anche sapere di non poter proseguire il viaggio finchè trovo una pompa dell’acqua nuova. E una di scorta. Dato che in Sud America il pezzo non esiste, non si sa mai…
Ho intenzione di viaggiare ancora molto tempo in compagnia della mia bellissima Bambi, invitante e invidiata da tutti.



Le persone si fermano a guardarla, mi chiedono il percome e il perché, e se non ci sono, si fanno fotografie accanto alla piccola. Ê lei la vera protagonista di questo viaggio. E tutti si strappano la pelle di complimenti: que hermosa!… que bonita!
Quasi quasi sono geloso.
Intendo che finora non si è fermata nessuna ragazza (ma che dico ragazza…. nessuna persona) a dirmi, che bello che sono io… che persona interessante.
E mi sembra giusto, mi dico. Io non sono una persona interessante.



Io conosco una persona interessante. Ma si sta ammazzando di lavoro. E vorrei che non fosse così perchè gli voglio un bene immenso. Spero di vederlo ancora. Vivo, intendo.
Sto vivendo questa splendente avventura con una nube nel cuore.



E va bene, io non sono interessante.
Ma a parte il mio caso, queste cose non si dicono agli sconosciuti. Perché?
Non è proprio con gli sconosciuti che dobbiamo relezionarci? Non è degli altri che dobbiamo fidarci? E l’amore cos’è, se non innamorarsi di sconosciuti?



Scusate, ma lo devo proprio dire: sono felice.
Ma sapendo che tutto questo un giorno finirà, non vorrei perdere la opportunità di dichiararlo, ora.
E da questa terra lontana, sapere che dall’Italia arrivano solo insulti pre elettorali e accuse e litigi post elettorali, non mi fa certo pentire della scelta fatta.
Per dirla tutta non so se mi sento più felice perché sono qui, o perché non sono lì.



A El Calafate ritovo ancora Mariano e Inês e Fred, e conosco Dani, Juan, Guillermo, Rodrigo, Marianela e Ivette.
Vado in barca fino al ghiacciaio del Uppsala. È una bella giornata e alcune foto sono preziose. Panorama estremo. Gioielli senza prezzo, rilucenti nell’acqua algida. E due catamarani al giorno completi di turisti.
Al lago Oneli la gente sbarca e viene invitata a una passeggiata nel bosco Patagonico.



È il primo momento, dalla notte a sud di Ushuaia, di perfetta contemplazione. Gli alberi secolari, il lago cosparso di piccoli iceberg azzurri, il cielo terso, l’ossigeno che sembra ozono, un condor solitario, e cinque – forse sette - ghiacciai, che appesi alle montagne tentano di raggiugere l’acqua.



Mi addormento, incredulo che tutto questo appartenga alla realtà e non a un sogno. Di più, una favola. Una leggenda di rocce dormienti e navi vichinghe che incrociano piroghe di folletti mentre un audace cavaliere, dopo aver sconfitto il demonio della montagna e liberato il signore dei ghiacci, riporta la serenità nel villaggio e sposa la bella di turno.
Eppure al risveglio sono ancora qui. In America, in Patagonia. È la mia vita. E quasi faccio fatica a crederci.



Devo aggiungere che purtroppo questa magia è in parte rovinata dai turisti che con me viaggiano nel catamarano e sparano le più grandi stronzate di questo mondo, o dal tipo stile “io posso tutto quello che voglio”, che si stende sul sedile reclinabile come se fosse un malato terminale e non potesse assumere nessuna altra posizione.
Ma è lo scotto da pagare quando si sale su un catamarano turistico. Per non parlare del prezzo che – come a Valdes – è 10 pesos per un Argentino mentre TRIPLICA per un estanjero. Ministero e Azienda del Turismo Detestabile.
Mi immagino di entrare in una gelateria e pagare 15 il cono che un argentino paga 5, o pagare il triplo la benzina o che so io…. io lo chiamo razzismo. Da razzía, forse.
Spero che in Europa non succeda mai.



La favorevoli condizioni del tempo mi permettono di volare in compagnia di Mariano, sia al Calafate, sia al lago Roca…. che significa ancora di fronte alla Cordillera Andina, e il Perito Moreno da un lato e dall’altro, le Torres del Paine. Solo al Calafate sanno che si riescono a vedere anche da li!



Vicinissimi eppure non collegati tra loro. Che assurdità non crearne un unico complesso turistico! Chile e Argentina…. Peru e Uruguay, e tutti gli altri…probabilmente se investissero la metà dei soldi che spendono per mantenere le frontiere, potrebbero facilmente dirottare qui tutto il turismo planetario, senza parlare di che succederebe con una moneta unica…. una lingua unica l’hanno già. Mentre la Costituzione dell’Unione Europea è scritta nelle 20 lingue ufficiali….
Poche cifre…. Il ghiacciaio Perito Moreno è enorme, alto 180 metri, di cui 120 sono immersi nel Lago Argentino. Ha una superficie di 250 km2, più vasto cioè di Buenos Aires, o Parigi (Roma e New York sono molto più vaste).
Il Lago Agentino, il Lago Viedma e quasi fino al lago Buenos Aires, più a nord, delimitano il fronte dei ghiacciai che nascono dalla enorme placca di ghiaccio continentale, lungo il confine con il Chile, che è la più grande riserva di acqua dopo i due poli.



Saluto Mariano, (grazie Mariano!!!) Alejandra e il buon Juan Carlos per riprendere la Ruta 40.
Lo faccio ancora una volta di notte e giuro sulle gambe della Bambi che sarà la ultima.
I duecento kilometri che collegano al Chaltén sono composti da asfalto nuovo e impeccabile, alternato al ripio più bastardo e pericoloso che ho percorso finora. Più di una volta ho pensato a tornare. Ma alla fine arrivo al Chaltén alle 23, e alle 24, nella cerveceria artigianale di Blanca, e sto mangiando un caldissimo e squisito Locro.
El Chaltén è un paesino di 250 anime e 19 anni (la stessa età della Bambi) che è peró una delle méte al mondo più famose per il trekking



Il Chaltén, è anche il nome della bellissima montagna, che in lingua tehuelche indica la montagna che fuma – chissà perché? - in realtà è stata ribattezzata Fitz Roy, una cima acuta e imponente orgoglio di Argentini e di Chileni, che tanto per cambiare, fino al 1995 litigavano per il possesso. Ma gli scopritori della zona furono gli alpinisti Italiani e tra loro De Agostini e Cesare Maestri, che anche ai più inesperti dicono qualcosa. E anche 3 francesi passarono di qua e tra loro il vecchio Poincenot, che lì, riposa per sempre.



Dannati Italiani, sempre a cercare qualcosa senza un briciolo di gloria, se non nel ricordo. E io che ci faccio qui? Sto percorrendo la Ruta 40, e sono in un paese che ora è un remolino di polvere ricoperto di hotel vuoti (con la Pasqua finisce la stagione) che mi assicurano in due anni avrà tutte le strade asfaltate.
La sorpresa è il mattino dopo, al risveglio, quando mi accorgo che un pneumatico ha ceduto. Una pietra. Appunto.



Peró Nelson mi aiuta e proprio nel suo taller incontro Carolina Codó che sta soffiando un filtro dell’aria della sua vettura. La riconosciuta jefe del Chaltén.
Conosco Anabela, e la sua fabbrica di chocolato, e quindi Viviana e Mauricio.
Non è finita. Perché il regalo più bello è nel Ancho Grande, l’hostel che ho scelto.
Si chiama Julia.
Julia mi invita a camminare fino al lago Torres e da buon Italiano non perdo l’occasione per scoprire un nuovo monte nella zona: il monte Julia, appunto, che scalo primo al mondo.



Che faccio? Invio la foto a Licia Coló?
La giornata è impreziosita da continui arcobaleni che si formano al nostro passaggio. Il piccolo ghiacciaio scende da una delle montagne a lato del Fitz Roy e il vento soffia a 89.3 kilometri orari.



Julia, londinese di Abbey Road, ha altre mète nella testa e altri amori nel cuore. La lascio diretta verso il Chile delle Torres del Paine, che io non vedrò mai da vicino.
È stato un profondo piacere camminare e parlare con lei.



Riparto il giorno dopo, complice una giornata perfetta e impiego 4 ore per percorrere 150 kilometri fino a Tres Lagos. Gli occhi e il chip della mia Panasonic FZ20 si riempiono di bellezza.



A Tres Lagos sono ospite di Teresa e suo nipote Edoardo nel suo ristorante, dove ceno, parlo, suono la chitarra.



Ognuno di noi vive la sua piccola avventura e la Ruta 40, oggi, 20 Aprile, data funesta per il mondo, sarà il mio quarto grande sogno realizzato.
La (mia) Ruta 40 continua con 3 empanadas di Estella, alla stazione YPF di Tres Lagos. Una delizia a 1 peso cadauna. Ripiene di carne, uva passa, uovo e cipolla. Sono la mia colazione e il mio pranzo, e la mia sensazione di vivere il mio sogno agrodolce.



Tra Tres Lagos e Bajo Caracoles ci sono 340 kilometri di nulla, eccetto 3 estancias che offrono cibo e alloggio. Ma un guasto meccanico o una foratura, qui, sarebbero una disdetta.
Siamo solo in autunno, c’e un bellissimo sole, e ciò nonostante, il vento soffia a 50-60 kilometri orari, ed è gelato.
Suerte que la Bambi si comporta eccellentemente. Anzi, anche lei è contenta. La Ruta 40 è un traguardo anche per lei.
Stiamo percorrendo l’MBA delle autostrade mondiali. Lunghi tratti di una strada ancora di sassi, immersa in una steppa immensa e deserta.



È incredibile come la differenza di solo 5 kilometri orari corrisponda anche alla differenza tra viaggiare sicuri e sicuramente morire. Le tracce della Ruta 40 sono molto difficili da seguire e una distrazione significa capovolgersi.
Vado adagio, e per la prima volta mi sento un viajero profesional. Ho perfino consultato la immagine satellitare del tempo, prima di partire.
Vado adagio. Calcolo che a 70 kilometri orari, raggiungerò Bajo Caracoles in 6 ore, calcolando le soste, e – ojala (che è un termine importato dagli arabi: se Allah volesse) – senza dover rifornire il serbatoio con la riserva.
Qui dovrei aprire una parentesi tecnica per spiegare meglio. Ma non lo faccio, perché dubito che interessi. Se però qualcuno fosse interessato…. beh, la mia e-mail la conosci….



La strada è difficile, e ogni 10 kilometri circa c’è un guardaganado, un cancello retrattile per non far scappare gli animali (ma lo usano ancora?) un artefatto non certo adatto al passaggio degli automezzi, che rappresenta il maggior pericolo per chi guida. Dopo 5 ore di viaggio, uno di questi mi sorprende e solo un destino a me sconosciuto, (Mister Allah, I suppose) mi vuole qui a raccontarlo.



Comunque arrivo a Bajo Caracoles senza soste né incidenti. ....Spread your wings before they fall apart...
E da qui, impavido, affronto alle 17 della sera gli ultimi 130 kilometri di ripio fino a Perito Moreno, dove la Ruta 40 diventa asfalto.
Dovrei pentirmi di non essermi fermato alla Cueva de las manos, un sitio archeologico con pitture rupestri che testimoniano la presenza dell’uomo 10.000 anni fa, dichiarata Patrimonio culturare della umanità dalla Unesco, nel 1999.



Ma non mi pento, perché questi sono i kilometri più sublimi e difficilmente descrivibili, della Ruta 40, nei colori più caldi del tramonto e gli orizzonti, tra le mesetas, i cañadones e le valles, che mi riempiono il cuore (e il chip della fotocamera) delle immagini più ambìte.



Penso di essere uno degli ultimi al mondo a percorrerla in queste avventurose condizioni. Mi sono perso Gandhi negli anni 40, Cuba negli anni 50, Liverpool nei 60, la California nei 70, Berlino negli ottanta e New York nei 90.
Ma non mi sto perdendo l’Argentina degli anni duemila. Che nella prossima decade non esisterà più.
Sarà più ricca. E piena di turisti che sparano le più grandi stronzate di questo mondo.
Alle 19 la Ruta 40 mi saluta con un tramonto ineguagliabile, che io cerco di onorare con le mie foto.
Grazie alla Bambi ho realizzato il mio sogno e l’ho realizzato in maniera perfetta.



NOTA QUASITECNICA
Devo aggiungere che – come fotografo – per la prima volta non mi sono sentito a mio agio. Questi paesaggi sono troppo distanti e troppo ampi, e richiederebbero uno zoom piu potente e un grandangolo più largo, per essere riprodotti bene. Cosí, se questa pagina non è stata abbastanza descrittiva, believe me: il merito è tutto della Ruta 40.