Patagonia - ITA
Tuesday, March 28, 2006, 05:59 AM
L’ultimo check up della Bambi lo affido a Xavier, el Cordobés della Ivecam di Mar del Plata che mi ha sempre trattato come un amico, e la Bambi come un figlia. Non aspetto di terminare il viaggio per ringraziare tutte le officine Iveco del Sudamerica che mi hanno accolto (in realtà hanno accolto la Bambi) sempre con molto calore e professionalità.



Come dice Marcelo la musica dei Pink Floyd è quella che accompagna meglio il perpetuo nulla che stiamo attraversando. Rari cancelli, dividono kilometri cubi di campo apparentemente inutilizzato. Alcuni gauchos si ostinano a percorrere questo infinito a cavalcioni di un quadrupede, per quanto intelligente. Il sole si alterna al sole e un asfalto che ora non è più in buone condizioni, ma che inesorabilmente diritto, sta indicando alla Bambi che in quella direzione (sud-sud molto sud) c’è la Tierra del Fuego e – passato lo stretto di Magellano e la Cordigliera - Ushuaia.



La Patagonia della Ruta 3 è un deserto che come tutti i deserti ti fa sentire per un giorno - o una notte - l’unico abitante pensante del pianeta. Ma che al risveglio ti lascia in testa una unica idea costruttiva: dov’è l’uscita di questo incubo?



In un mondo dove le uniche novità sono una curva o una sberla di vento, un cordero patagonico (una pecora) o un gruppo di Guanaco, un armadillo solitario o (più unico che raro) una palude con alcuni flamencos, o un camion che sfreccia verso di te a 130 kilometri orari, o, infine, alcune carcasse di animali che non sanno rispettare i segnali stradali, si possono fare solo tre cose: guidare, scrivere o riposarsi.



Il sole inesorabile delle 17 mi accompagna da Puerto Madryn verso Comodoro Rivadavia. Ci troviamo a 1700 kilometri da Buenos Aires. La Bambi da Mar del Plata ospita ben tre personaggi in cerca di emozioni: il sottoscritto, che in questo momento sta appunto scrivendo…. Marcelo alla guida e Fanny che si riposa, nel mio letto in viaggio.



Due giorni fa, nella strada tra Bahia Blanca e Viedma, abbiamo incontrato Thomas, un norvegese che in bicicletta sta facendo il nostro stesso percorso. Lui è partito da Nadal, in Brasile e si stava fermando ai margini della strada per fotografare un fiorellino rosso. Ogni giorno, da solo, percorre dai 30 ai 40 kilometri. Parla un buon inglese e con una vocina stridula e soave, mi dice che in questo modo si sfrutta meglio la natura.
Sono certo che è scappato da un manicomio e lo stanno ancora cercando nella periferia di Oslo.



Posso parlare di pazzia, perché la conosco bene: ieri, a Puerto Madryn, abbiamo volato in parapendio di fronte all’Atlantico. Si fa così: ci si sveglia, ci si veste, si sente dove tira il vento e si cerca un costone di roccia perpendicolare all’aria. Si va in cima, si controlla con l’anemometro che siamo tra 15 e 25 km/h, si sceglie un punto di decollo e si aprono le vele. Poi c’è solo la gioia di volare tra i gabbiani, il faro e la Bambi che ti aspetta lì, fedele come un amante. Alla fine puoi risvegliarti.
Purtroppo la mattina seguente pioveva e non abbiamo potuto ripetere la magia.



Ma a Puerto Pyramides, nella penisola di Valdes, abbiamo conosciuto Fred e Inês, una bella coppia di Portoghesi che a Rio de Janeiro ha acquistato un VW Westfalia e in una situazione sicuramente meno comoda e più romantica, sta facendo il nostro stesso cammino.



Senza parlare di quelli che incrocio mentre camminano al margine della strada, spingendo un carretto. Loro la fanno a piedi.
Come dire. Nel pianeta terra, da una certa latitudine in poi, si incontrano solo persone senza cervello. Che bello!



A Comodoro Rivadavia, ci fermiamo nella Concessionaria Iveco per uno strano rumore che proviene dalla ruota posteriore sinistra. Effettivamente la coperta presenta una pancia preoccupante…. Non non succede niente, solo un po`di fastidioso rullio.



Ma il titolare del camping stamattina ci aveva salutato con un “ con questa camionetta non vi succederà niente” e fu così che a 200 kilometri da tutto, poco dopo aver preso io la guida, il battistrada si è letteralmente aperto come da foto esplicativa e dopo un grande spavento (in realtà gli altri, io ero alla guida e non sentivo alcun pericolo) ci ritroviamo a cambiare una ruota. Io e Marcelo siamo una coppia lavorativamente affiatata. Beh… come Jacopo, lui crede di avere sempre ragione. Così io mi limito a controllare e correggere e alla fine il risultato è eccellente.



La mitica Peninsula di Valdes è una mitica delusione. I leoni marini sono laggiù, il percorso è rigidamente controllato da guardie poco cortesi. La entrata costa 10 pesos. Per i non Argentini 35. Inutile.



A Puerto San Julian è stata celebrata la prima messa in territorio ora Argentino, nel 1520, 16 anni prima che fu fondata Santa Maria de Buenos Aires. Un cugino di Magellano è arrivato in un perfetto porto naturale con 5 caravelle. Una, la Victoria, è ancora qui a testimoniare l’evento. Il paese si affaccia sulla baia tra Cabo Curioso e Punta Desengaño, e come tutta la Patagonia orientale, è formata da zolla semiarida coperta da una vegetazione tipo steppa, è si trova in una larga pianura che scende verso la baia.



Il freddo e il vento non erano certo accoglienti: deserto fa rima con desolato, disabitato, arido, inospitale. Ma effettivamente, dal punto di vista di un marinaio, il punto è imperdibile. Il vecchio Pigafetta poi, ci ha fatto su un romanzo e tutte le carte geografiche che ho visto nella barchetta, erano in italiano. Insomma, la Patagonia è stata scoperta prima dell’Argentina.



Da San Julian a Rio Gallegos, fortunatamente non è successo nulla. O meglio. Dove non arriva la tecnologia, può la burocrazia. E venerdì 17, alle 17, mi ritrovo alla frontiera (Paso Continental) senza la possibilità di passare.



Spiego. I lavori (e i voli, certo) a Mar del Plata hanno richiesto mooolto tempo, e io non ho rinnovato in tempo il visto di soggiorno. Lo faccio alla frontiera, mi dico. Ma a questa frontiera Migraciones, non c’è. E a Rio Gallegos (65 km di nulla, prima) è chiusa fino a lunedì. Wow!!! Avrei dovuto pensarci prima, ma l’atteggiamento argentino del “si soluziona tutto, è facile..” ha contagiato evidentemente anche lo scrivente. Poco male. El Calafate è a 300 kilometri e così decidiamo di passare lì il fine settimana.



Suppongo che cambierà il paesaggio. Ma prevedere è difficile. Specialmente il futuro. Prever es difícil, sobre todo si se trata del futuro. Infatti El Calafate, rinomata stazione Andina (che in Europa deve suonare come Alpina), è completamente finta. Gli alberi sono piantati dall’uomo e tutto intorno i paesaggio è desertico. Le strade sono le solite a manzana. Solo l’architettura delle case ricorda un po’ un villaggio di montagna. Ma siamo ben lontani dal calore di Cortina d’Ampezzo. Già, qui fa freddo.



E qui vicino, a 80 kilometri, c’è il ghiacciaio perenne del Perito Moreno, che rappresenta anche l’unico meraviglioso scopo per venire fin qui.



Arriviamo con il sole e ce ne andiamo con la pioggia. Siamo ospitati da Mariano Minich, un amico di Marcelo, nel CALA: Club Andino Lago Argentino, una struttura che è anche una palestra di climbing e in inverno, quando il lago si congela, affittano i pattini.



Da qui partiamo per volare nei dintorni. Marcelo è il maestro, ma io – e questo resterà perennemente se non nella storia, almeno in questo blog – sono l’unico che ha volato di fronte al Perito Moreno.



Mariano ci coccola per come può (è il titolare della Farmacia principale di El Calafate e deve lavorare) e con lui voliamo anche vicino alla città. Inês, che con Frederic ci ha raggiunto e che forse ritroveremo a Ushuaia, nel suo primo volo in tandem, tenta di raggiungere la costa chilena.



Ma la vera avventura comincia a El Calafate. Sono da 1200 kilometri con una ruota di scorta ridotta a uno straccio. Cerco di procurarmi altre due 9.00/16, ma come sapevo, questa misura è impossibile trovarla in Argentina. E Chile. Mi resta solo il Paraguay e il mio fido amico Jorge Candia. Spendo 200 pesos in telefonate per coordinare una spedizione DHL da Formosa (estremo nord Argentino, a 100 kilometri da Asunción) fino a Ushuaia. Spendo altri 150 pesos per un copertone di una misura più piccola (7.50/16), che, come la Bambi Rodante, è meglio di niente.



Marcelo non apprezza, ma io sì. E spero che non serva.
Dobbiamo attraversare 4 frontiere, percorrere 2000 kilometri prima di ritornare a El Calafate, con non si sa quanti kilometri di ripio. Fino a Ushuaia incroceremo le dita. Dando retta alla curiosa fretta di Marcelo, partiamo alle 6 del mattino. E il futuro, con le sue sorprese, non tradisce. Alla prima di Aduana Integración Austral, o Monte Aymond, fermano Fanny per un controllo. Risulta che ha cercato di comprare qualcosa con un biglietto falso, nella sua ultima visita a Ushuaia. Finchè arriva il fax, aspettiamo cinque ore: tra il niente, il vento e i pochi gendarmi che in coppia, vanno su e giù e giù e su, a controllare che in questo niente non succeda niente.
È la seconda volta che ci fermiamo qui. Per Fanny questa volta è stato un incubo. Freddo.



Passiamo la frontiera del Chile alle 17 e alle 18 siamo sulla balsa che attraversa el Estrecho di Magallanes in 15 minuti.
Sono le 19 e mi trovo a Serro Sombrero, Tierra del Fuego Chilena. Devo chiamare Jorge a Asunción per sapere dei copertoni. Notizia leggera. Pesano 66 kilogrammi e la spedizione (da Formosa a Ushuaia) costa 450 USD. Improponibile? Vediamo prima se in Ushuaia trovo qualcosa.



Tira un vento porco, fa un freddo de cagarse e ormai è buio. Davanti a noi ci sono 150 kilometri di ripio fino a San Sebastian, la frontiera con Argentina. Poi 80 kilometri di asfalto a Rio Grande e ancora 200 a Ushuaia, e non tengo buoni rapporti con i santi del paradiso.
Decido di fermarci nella piccola Hosteria Chilena. La mattina dopo, rifocillati da una colazione a base di caffè e una squisita marmellata di rabarbaro, ripartiamo. Clarissa, la dueña del Hotel, mi indica una strada alternativa dove il ripio è in migliori condizioni. Nel cammino incontriamo vento, pioggia, sole, pecore, vacche, oche. E ripio bello.



Passiamo la frontiera tra Chile e Argentina. Costeggiamo l’Oceano Atlantico fino a Punta Maria, poi deviamo a Sud per attraversare la Cordillera. Ushuaia è l’unica città Argentina al di là (al di sotto) della Cordillera Andina.



Tra i monti che ricordano la Valle d’Aosta e la Valle di Sierre, incontriamo l’enorme Lago Fagnano (è piemontese?) e il piccolo Lago Escondido. Un condor gira sulla nostra testa e ci mostra come è facile volare in dinamica.



Il mio viaggio sta arrivando al suo culmine Sud. Per l'occasione anche la Bambi decide di festeggiare (a modo suo) e a 3000 kilometri da Buenos Aires marca i suoi primi 60.000. Isn't she lovely?



Scendendo verso Ushuaia incontriamo gli ultimi kilometri di ripio polveroso che fra un anno sarà comodo asfalto. Se vuoi ripetere l’esperimento non fare come me. Vieni qua. Compra una nuova camionetta Ford, Chevrolet o Toyota e vai in albergo. Spendi meno.
A Ushuaia entro nel Circolo Polare Antartico Dei Più Svitati Del Mondo e ritrovo tutti. Prima un gruppo di bolognesi che avevo incrociato a El Calafate che sta cenando nel miglior restaurante della città (gli emiliani a tavola sono sempre una garanzia).



Poi è una festa re incontrare Fred e Inês con la cagnetta Flu, che ritroviamo nonostante che la città, questo sabato, sia competamente isolata sia Internet che telefonia extraurbana. Conosco Manuela e Carlo, che viaggiano in Land Rover Defender targato Cremona e che ritroverò in Brasil. E infine incontro anche Urs e Romana, che avevo conosciuto a Buenos Aires un anno fa…



A Ushuaia esistono due razze di uomini: i turisti in pile e gli autoctoni in maglietta a maniche corte.
Ushuaia non esiste più. Non è rimasto niente dell’antico bastione costruito dai carpentieri venuti apposta dal Veneto che all’epoca lavorarono per il governo Argentino.
Ushuaia oggi è brutta e impersonale. Ma possiede il fascino dell’obiettivo raggiunto, e basta per innamorarsi.



È frequentata da turisti in pile e da autoctoni in maglietta a maniche corte.
E si affaccia nella Bahia del Beagle, con un mare che è un olio, perchè chiusa dal territorio Chileno.
Ancora più in là, infatti, c’è Porto Williams e nonostante la pubblicità locale, è quella, la città più a Sud del mondo. Ma importa davvero poco. Sono qui e respiro l’estremo, l’aria ossigenata dei ghiacciai, il vento dell’Antartide che accarezza la mia fronte. Oggi mi risveglio guardando la città da Playa Larga e penso che a parte i pochi abitanti di Porto Williams, alcuni turisti sulla nave da crociera e un pugno di scenziati dell’Antartide, sono la persona che ha dormito più a Sud del mondo conosciuto.



Vorrei restare qui una settimana, un mese, un anno, per dire di averci vissuto. Vorrei accendere il motore della Bambi per vedere se c’è ancora qualcosa, più in là. Ma si vede solo il mare e l’isola dei pinguini. E ci arriva solo il catamarano turistico.



Sono arrivato nella punta estrema tra l’Oceano Atlantico e il Pacifico. Quello che ha fermato il Bounty del prode capitano Bligh e che ha permesso a Fletcher di trovare Tahiti la sua isola sconosciuta.



Ushuaia, fine del mondo. Dove tutto termina e ricomincia. So che non tornerò più qui. Ma so che ci sono stato. Era un sogno arrivarci, e l’ho realizzato. Devo doverosamente ringraziare Jacopo, Alessandro e i miei genitori, per aver permesso che questo sogno si avverasse.
Ripartirò verso Nord e verso la mia isola, a me ancora sconosciuta. A POOOIIILE!