La Cruzada - II parte ITA
Tuesday, November 29, 2005, 10:57 PM


Innamorarsi può far male. Ma è così bello…
Si raggiungono le vette libere delle emozioni e i polmoni respirano aria salubre, vitale.
Anche toccare il fondo – o meglio, arrivare al limite o alla condizione che ognuno di noi, personalmente, considera il fondo – mi è sempre piaciuto.
Curiosamente, durante la mia esistenza, persone a me vicine, mi hanno affibiato anche i peggiori improperi, per questo.
Curiosamente, il concetto di “offendersi” non mi appartiene.
Seguo sulla mia strada di esperienze al limite, convinto che non posso vivere meglio questa vita.
Senza una meta. O nudo alla meta. Non importa.
Dopo un baratro, incontrare una via d’uscita è un regalo inaspettato.



Per risolvere il casino dell'incidente, sto viaggiando in una automobile con individui sconosciuti, nel Paraguay al confine con Bolivia.
I tre tipi sono taciturni. Uno sembra dormire, e lo stesso sento che mi studia e controlla. I fucili sono tra le mie gambe e quelle del più giovane dei tre, di fianco a me.



In sudamerica avere un’arma è pressoché usuale. Non è il Far West di Wyatt Hearp, ma lontano dalle città le distanze sono enormi e quindi non si può sempre contare sulla polizia. Chi porta un’arma o è un delinquente, o un benestante che deve difendersi dai delinquenti, o un cacciatore. Contemplavo questa terza opzione, mentre percorrevo con i tre ceffi gli eterni 120 kilometri che mi dividevano da Mariscal Estigarribia. Senza incrociare un automobile, né un camion, senza alcun tipo di controllo….immaginavo sarebbe stato semplice spararmi, nascondere il corpo - ma che dico nascondere - …abbandonare il corpo al lato della strada, per una…. illusione di ricchezza. La strada è perfettamente diritta. Le luci che ora si vedono in fondo sono ancora ad almeno 30 kilometri di distanza. Ormai è notte. Ma se avessero voluto uccidermi, l’avrebbero già fatto, filosofavo. Arriviamo in paese e i tre, freddi ma gentili, mi indicano un hotel. Inaspettatamente vivo.



L’hotel costa poco più di 4 USD (25.000 Guarany, la moneta locale). La mattina dopo mi risveglio per organizzare il rescate.
Mariscal è la prima città, dopo 230 kilometri dalla frontiera con Bolivia, che mi permette di risalire da quel fondo fatto di rabbia con me stesso e di preoccupazione per le sorti di Giancarlo e della Bambi, forzatamente abbandonati nell’inferno del Chaco Paraguayo.
Il Paraguay è vasto una volta e mezza l’Italia e vi abitano quattro milioni di persone. Due milioni delle quali vivono a Asunción.
Mariscal sembra un paese fantasma. Mi sento l'unico essere vivente, in mezzo al nulla.



Non ho con me la fotocamera e posso solo descrivere Mariscal Estigarribia.
A Mariscal le strade sono sterrate e polverose. La distanza tra le case è la stessa di via col vento. E il vento, qui, forma continui remolinos: piccole trombe d’aria che alzano nuvole di polvere e bisogna girarsi dall’altra parte per sopravvivere. A dos cuadras c’è il magazzino dei viveri, a seis cuadras il taller del meccanico, e a diez cuadras, dopo l’Aduana, c’è la stazione di servizio.
Non c’è un bar. Solo vento polveroso. Il mezzo di trasporto piú comune è il cavallo. Quindi la bicicletta.



Ma a Mariscal conosco da vicino ciò che tutti temono: la amabile accoglienza, la disponibilità, la cortesía, della gente Paraguaya. Incontro alcuni tedeschi che conservano la lingua europea e scambio con loro le poche battute crucche che ancora la mia memoria conserva. Gentilissime affascinanti ragazze e signore fanno a gara per accogliermi. Perfino un Italiano, Massimo, che ha aperto un ristorante a dos cuadras della Audana.
Nessuno però può davvero aiutarmi. Così entro nell’unico locutorio della città per chiamare l’Automovil Club di Asunción. Ma per loro la Bambi è troppo pesante, così mi danno il numero di “Choferes del Chaco”, sempre nella capitale. Parlo con Jorge Candia, il titolare. Mi assicura che una gru adatta arriverà sul posto la sera stessa. Sono salvo.
Olga Benegas, la titolare del locutorio, mi presta il suo cellulare… lei deve andare al campo… tornerà fra tre, quattro ore.
Sono impressionato da tanta cortesía, ma ora è il momento di riposare.



Jorge arriva alle 19.30 (partendo da Asunción alle 11.00). Salgo sulla potente grúa Toyota e arriviamo a mezzanotte al luogo dell’incidente. Abbracciare Giancarlo vivo, e vedere la Bambi significa piangere di felicità e respirare aria salubre. Cinque ore per uscire dagli ultimi 70 kilometri di sabbia, poi altre quattro ore prima che Jorge – iperprofessionale – decida di fermarsi a dormire. Ripartiamo alle 13. La strada che taglia a metà il Paraguay, da ovest a est, è incredibilmente tutta uguale. Ho scattato foto identiche, a 300 kilometri di distanza.



Entriamo ad Asunción alle 19.30. Il rescate, per Jorge, è durato 32 ore. La Bambi, con il muso all’insù, è parcheggiata al sicuro. Io e Giancarlo meritiamo un Hotel dignitoso.



Asunción, da questo momento, è un sogno insperato. Jorge ci aiuta molto più di ogni lógica. Ci introduce nella sua enorme compagnia di amici, e gioco a football (in tutto 3 partite vinte su tre, e tre goals realizzati! Non mi ha mai appassionato il football, ma…), nonostante il ginocchio che mi fa sentire più vecchio di quello che sono.



Per tutta la settimana successiva, la Bambi è operata a cuore aperto dagli ottimi ragazzi della FerPar che si prodigano per raddrizzare tutto quello che l’incidente aveva danneggiato. Jorge mi aiuta a comprare nuovi pneumatici, che si erano tagliati sbattendo contro la carrozzeria.





Ogni giorno mi occupo di trovare pezzi di ricambio: compito arduo perchè qui la Iveco ha abbandonato il mercato. Ma Asunción, a conti fatti, è una vacanza.





Il campo di calcio a 7 con arbitro, la churrasquaria Brasiliana, la comida Paraguaya doc, la discoteca in bermuda (io, unico caso nella storia, pare) e il cinema con Jessica, un giro al club nautico sul Rio Paraná, il mare di Asunción, e il tour turistico nel centro coloniale, con la cattedrale, i palazzi del governo e la bidonville che si affacciano sulla stessa piazza centrale.
Conosciamo le dolci figlie di Ana Sanchez, che mi ha accolto in Mariscal con la sua amica Olga.



Jorge non è solo un grande professionista innamorato del Chaco e della sua famiglia. È un amico, attento, divertente e presente. Ed è un maledetto gran signore! Assomiglia a Lula, il presidente Brasiliano. E lo raccomando a chiunque.



Non è l’unico che non voglio dimenticare, di questa città. Guillermo Digalo. Mario Flores, e la sua famiglia. Verónica: il sorriso più bello del Paraguay.



Anche in Dogana centrale, ad Asunción, l’accoglienza al pubblico è data da persone cortesi e disponibili, e non i freddi, scontrosi, ignoranti burocrati da ufficio Italiani a cui ero abituato. E quando sono uscito, nella piazzetta antistante alla Dogana, mi hanno offerto carne alla parrilla, per il compleanno del barba.



Lascio Asunción per Ciudad de l’Este. Già conosco questo girone degli ignavi, e faccio l’habitué: si teme solo quello che non si conosce, e io comunque non ho mai paura di nulla. La trovo addirittura cambiata rispetto a tre mesi prima. Meno sporca, meno incasinata, con alcune strade messe a posto, sebbene con lo stesso incredibile traffico commerciale.



Compro l’autoradio nuova. Compro un po’ di digitalia anche per Simonetta e Diego, notoriamente boludi retrogradi tecnologici.
Regalo un’entrata alle cascate di Iguaçu a Giancarlo, sentinella innamorata del Bambi, che ringrazio ancora una volta per la sua determinazione e coraggio dimostrata nel Chaco.



A Foz ritrovo Jorge, il ragazzo Chileno che mi ha scortato nella mia prima visita qui. È sempre un po’ malaticcio, soffre ai polmoni e mi preocupa, ma oggi è in compagnia delle sue adorabili bambine: Valeria e xxxxxxx. Valeria parla brasileño ma capisce perfettamente il castellano, cosí è un divertimento assoluto conversare con lei cuocendole una pizza e, la mattina dopo, osservarla avida e femminile, mangiare Nutella.



Ora tutto è pronto per raggiungere l’oceano Atlantico. L’autostrada Brasiliana mi fa rendere conto di quanto la Bolivia sia arretrata. Il pedaggio costa un po`di più, ma senza sorprese e senza sforzi, raggiungo Guarapuava prima e Curitiba poi. Belle città, ma senza il fascino del Sudamerica.



Il Brasile non ha la buena onda Porteña o Argentina, qui la gente è amabile e simpatica come a Milano in Novembre in coda per strada con la pioggia, nel traffico delle 19.00.
In più, come il Chile, tutto costa carissimo!!!! Quasi come in Europa!



E poi la selva, che a Misiones, nei parques Iguazú e Urugua-í, è rigogliosa e quasi vergine, qui nel Paraná, nel secolo scorso è stata rasa al suolo e ora grande vallate coltivate caratterizzano il paesaggio. Anche in questa parte del Brasile è impressionante rendersi conto di quanta poca cura è stata riservata alla natura, nel XX secolo. Cosí penso che Ingvar Kamprad, l’uomo più ricco del mondo, sta tagliando due campi da football al giorno in Amazzonia per farne segatura. E nessuno lo ferma.



L’umanità è stupida? Alcuni uomini si sentono più furbi, ma purtroppo, in realtà, spesso sono solo più avidi.



Giancarlo invece, da buon Peruano, si è rapidamente spento dopo i primi 2000 kilometri. I mie sforzi per svegliarlo dallo strano torpore che lo sta prendendo, si scontrano contro la sua necessità vitale di dormire, durante il viaggio. La nostalgia per il Peru non gli permette di gustare parte dell’avventura che stiamo vivendo. Peccato. Se non si sveglia, a Buenos Aires lo stritoleranno, o non riuscirà a combinare niente. Povero ragazzo! Ma anche è questa la vita.



Finalmente la cruzada si completa idealmente a Balneario Camboriú, sulla costa dell’Oceano Atlántico. Qui mi rilasso in una spiaggia ancora deserta perchè fuori stagione. Baia affascinante. Finalmente ricomincio ad abbronzarmi. Non vivo senza sole e in sostanza ho perso un’estate (quella del luglio-agosto, boreale), vivendo fino ad ora il lunghissimo inverno australe. Poi sono solo a 1500 kilometri da Buenos Aires….fra poco torneró a casa.



Florianópolis è il capoluogo dello stato di Santa Catarina. Me ne aveva parlato la moglie di un marinaio che viaggiava sulla Repubblica Argentina, il Cargo che mi ha portato in Sudamerica. Loro stavano venendo a vivere qui, e mi raccontava appassionatamente di questa città che in effetti è particolare e spettacolare. La città è divisa in due parti, metà sulla terraferma e metà sull’isola di Floripa. Un gran ponte la unisce e la caratterizza. Da una parte grandi svincoli autostradali e la zona industriale, dall’altra, il profilo dei grattacieli con attorno, ormeggiate, le navi da diporto. È anche la città turistica più a sud del Brasile, quindi frequentata anche da molti Argentini, durante l’estate.



A Floripa, infatti, conosciamo solo Argentini, che ci accolgono come amici. La casa di Viviana e xxxxxx è uscita direttamente da un libro di fiabe. Si respira un’atmosfera magica. Il tetto è blu, le pareti rosa, il camino è ricavato dalle rocce della montagna circostante. All’interno c’è lo stesso disordine dei folletti innamorati. Tutto si confonde: dalle stoviglie ai libri, dalle coperte allo stereo. Attorno, un bosco di bambú, un torrente, e pappagalli verdi e farfalle grande così. E tutto appare precario e libero. Povero e vissuto in allegria. Una coppia unica. Una casa unica. Una meraviglia.




Esagero un po’. Perchè l’armonia della casa è distratta dalla presenza dei tre figli. Miorén, Conrado e Yuri stanno crescendo e hanno le esigenze di tutti gli adolescenti. Yuri è un bambino che per ogni richiesta, si lamenta. Miorén è perennemente alla ricerca di qualcosa che non trova, e per ciò si arrabbia.



Al contrario Conrado appare un ragazzo equilibrato e preciso. Sembra sapere quello che vuole e suppongo che lo sappia davvero. Faccio assaggiare loro la Nutella. Conrado apprezza… dulce de leche? Mai più!



È difficile che la vita ti offra ogni giorno la colazione con pane e Nutella. L’intelligenza è sapersi adattare a ogni situazione. Il carattere è la capacità di sorridere in ogni situazione. Anche senza Nutella.
Anche Alejandra, amica di Viviana, ci riceve come príncipi. Questa volta il merito è del fascino Inca di Giancarlo, che per i giorni seguenti non parla d’altro.



L’isola di Floripa è un mondo di spiagge, di lagune, di colline ricche di vegetazione, di cittadine fatte per accogliere il turista. A Praia Molhe decine di surfisti si preparano per il prossimo campionato nazionale. Ci sono anche alcuni parapendii, ma bisogna affrontare trenta minuti di salita per cinque di volo. Mi consulto democráticamente con le mie ginocchia e loro votano no. Vittoria per maggioranza relativa.
Dovranno operarmi ancora, a Buenos Aires? Vamos a ver.



Alla sinistra di Praia Molhe, c’è una enorme spiaggia nudista, unico posto dove mi è congeniale rilassarmi: Paolo Zanaboni e il sole, come una benefica sfida continua, con il mare a fare da arbitro e pacere.



Lasciamo a malincuore questa isola Argentina in Brasile, sperando di rivedere almeno Alejandra. Il fatto è che si è rotto il cavo della frizione e mentre guido con un solo piede, penso che vorrei essere a Buenos Aires, in mezzo a tutte le concessionarie Iveco di questo mondo.
Criciumá mi piace. È una piccola cittadina. Allegra e accogliente come le persone che si divertono e ci fanno divertire.



C’è anche la concesionaria Iveco Pozzoli. Tutti italiani, di Treviso, se non ricordo male. Come in Curitiba, dove la Bambi era stata abbondantemente fotografata dalla bella Tatiana, anche qui la camionetta è apprezzata e trattata con cura. Peró non c’è nemmeno un ricambio: la TurboDaily che producono in Brasile è completamente diversa.



Porto Alegre, è molto porto e poco alegre. Piove e fa freddo. La piazza centrale è piena di miliardi di bancarelle e potenziali taccheggiatori, ma un ristorante turistico con i tavolini all’aperto, è ben protetto dalle guardie private.



Ci sediamo a degustare un vino brasiliano di media qualità, e un Barbicacho: un facsimile di risotto alla piemontese. Mi ricorda il Carlo che mi invita a Nizza Monferrato per la bagnacauda e il risotto al tartufo bianco, annaffiato da Barbera superiore di Vinchio e Vaglio. Ma mangio con più gusto pensando a Monica, la meravigliosa figlia di Roberta, sua moglie.



Fuori da Porto Alegre, la povertà si nasconde fra gli arbusti, ai margini degli innumerevoli fiumi che sfociano nell'Oceano. Catapecchie brulicanti di vita, metà peroiferia cittadina, metà selva tropicale.



Da Porto Alegre al confine con Uruguay il paesaggio del Rio Grande do Sul si fa selvaggio e aspro. I colori sono forti. La laguna blu scura e attorno il verde intenso della vegetazione bassa. Il cielo terso e il sole caldo anticipano l’estate.



Grandi volatili, tartarughe d’acqua, un piccolo coccodrillo e un leone marino morto sulla spiaggia, sono gli abitanti del limite più a sud del Brasile che ci salutano prima di lasciare il paese.



Chuí è una cittadina atipica. Un porto franco, come Livigno, incastrato tra due frontiere e polo di attrazione commerciale. Scòrdati i prezzi e la varietà di scelta di Ciudad de L’Este, Chuí comunque si difende. E quasi quasi, alcuni articoli varrebbe la pena di venire dall’Argentina, a comprarli.



A Chuí, in un camping con bungalows, incontriamo ancora il freddo. Alla sera accendiamo il fuoco nel caminetto. Però di giorno prendo il sole e approfitto di Juana, la massaggiatrice tirolese che si prende (molto) amorevolmente cura del mio corpicino provato dai mille e mille kilometri percorsi. Pero, che mani! E che occhi!



L’Uruguay, come il Paraguay è praticamente disabitato. Una enorme prateria molto simile a un dolce paesaggio inglese. Ben curata, con laghetti artificiali, boschi di faggi piantati in fila indiana, le strade semivuote e la cultura delle auto antiche.



Ricordo che sto viaggiando lungo la strada costiera e che all’interno, dove ci sono colline e la selva, l’atmosfera è senz’altro meno edulcorata.



Punta de l’este, ad esempio, è una capitale del turismo, dove tutto il fascino del Sudamerica ha lasciato il posto alla perfetta efficienza dei grandi alberghi, delle strade a più corsie, delle ville che ricordano Beverly Hills e le spiagge di Santa Monica.





Interessante. Parlo di qualcosa che non ho mai visto. Ma i film Statutintensi, di cui sono grande estimatore, mi hanno da un lato fatto conoscere quei posti, dall’altro mi hanno tolto la curiosità di visitarli.



Invece non ho mai visto un film girato a Montevideo (a parte Gilda, ma in realtà Montevideo era stata ricreata negli studios di Hollywood). I tempi cambiano. E ogni persona vede il mondo con i suoi propri occhi. Mi avevano parlato di una città piccola, arretrata, caratteristica, e relativamente povera.



Io ho conosciuto una città vitale, con una energia paragonabile a Buenos Aires, una muy buena onda, belle persone e uno stupendo lungomare, perché Montevideo è una penisola.



Il profilo della città è dominato da una torre disegnata dallo stesso architetto che a Buenos Aires ha costruito Avenida de Mayo, 1460.



Conosco Ada che crea la buena onda ogni mattina che si sveglia, e ci porta a vivere la notte, nella ciudad vieja. Montevideo non è Buenos Aires. Ma è sua sorella minore, certamente non meno bella. Ma il richiamo dell’Argentina è sempre più forte e decido di lasciare anche questa dolcissima città, per rituffarmi nel quilombo porteño.





Colonia è sì caratteristica e concepita esclusivamente per la vacanza low profile, diametralmente opposta a Punta de l’Este. Per rendere l’idea, Punta de l’Este è Rimini-Riccione; Colonia è Grado.



A Colonia un ferry boat mi trasporta in una ora sulla costa sud del Rio de la Plata. Oddio, devo discutere con mezza dozzina di impiegati della nave per salire. Un po’ boludos, ma infine tutti cortesi. La Bambi non entra, per l’altezza… ma sì che entra… no, non entra…io dico che entra… no, abbiamo misurato, non può entrare…. ma scusi, almeno proviamo!!!
Avevo ragione io. Chettelodicoaffare??




1 commento 1 commento   |  permalink   |   ( 3 / 42 )