NOA - Salta y Jujuy
Tuesday, August 23, 2005, 04:31 AM
Il concetto di bello, in Sudamerica deve essere interpretato. Un italiano è abituato a chiamare bello ciò che è eccezionale, o almeno anomalo rispetto alla media…. Una bella ragazza è bella perchè le altre, vicino a lei, belle non sono. Una bella città è tale rispetto alle altre, che in genere sono ordinarie, perchè ha qualcosa in più e in meglio. Ad esempio Siena è bella. Roma è bella. Milano, per quanto efficiente e vivibile, purtroppo bella non è. Le Dolomiti sono le montagne più belle, forse al mondo. Si capisce: basta guardarle.
Personalmente apprezzo che a Tafi del Valle, 2000 abitanti a 2000 mt/slm, reisco a bere un caffè al sole, mentre sono connesso al web con una wireless.
In Sudamerica la pietra di paragone per il bello, è il niente.



Il deserto o il campo, inteso come kilometri di erba che le vacche mangiano. Così quando c’è qualcosa, quel qualcosa, spesso e volentieri è considerato bello. Con questo non voglio dire che qui non ci siano meraviglie che emozionano il cuore. Preciso solo che la logica con la quale qui si considera il bello, è distinta. Tanto che a volte può lasciare interdetti.
Come? Vengo fin qui, per vedere uno spettacolo, e mi proponi questa merda?
Chiedo venia. Ma se la montagna che ho davanti è bella, il Monte Cristallo o le Tre Cime di Lavaredo, sono una delle sette meraviglie del mondo.
Ma non basta.



La merda in questione, sovente è accompagnata da una perversa esplosione di fili elettrici che coprono o fanno da sfondo a quello che si dovrebbe ammirare. Una montagna, una statua, un lago, una città. Una fontana, un palazzo, una cascata… l’oceano. Se ti capita di scorgere una bella ragazza, sicuramente è aggrovigliata in una mostruosa rete di fili elettrici, trasformatori, resistenze.
Se fosse qui il paradiso terrestre, sarebbe nascosto da una costellazione di cavi, pali, induttori e isolanti.
Ochei, mi sono sfogato. Ma ragazzi miei, il Sudamerica è questo.
La disorganizzazione, il disordine e lo sporco, vissuti come normalità, permettono una visione dell'ambiente circostante, diametralmente opposta alle consetudini di un italiano.
E qui mi ritrovo piccolo. Perchè in fondo, non sto guardando il mondo con gli occhi innocenti del bambino, come invece credevo. Mi accorgo che tutto il film è filtrato dalla consapevolezza del mio background, che per quanto infimo, è ben definito.



Salta è una cittadina che in Argentina chiamano la linda: bella. Cosa ti aspetti? Boh?! Qualcosa DIVERSO? Invece il caos è quello di una qualsiasi città. Le strade rotte fanno girare le palle alla stessa velocità di qualsiasi altra città. I negozi, le luci, i palazzi sono gli stessi che hai visto 200 kilometri fa a San Miguel de Tucuman o 400 kilometri fa a Santiago de l’Estero, o 800 kilometri fa a Resistencia. La piazza centrale di Salta, però, e un poco più carina. Un poco più carina significa che tra i palazzi anni 70, che fanno vomitare anche gli stomaci di ferro, c’è qualche reminiscenza coloniale: il municipio, il palazzo del governatore, la chiesa. A proposito. A Salta la chiesa è rosa. Domanda. Una chiesa rosa può essere bella?
Certo che no. Ma anche il concetto del colore, in Sudamerica è diametralmente opposto
al gusto italiano. Colorato, qui, corrisponde a moderno. Milano ha tutti palazzi grigi? Allora è vecchia. Qui colora di viola una catapecchia con il tetto ondulato et voilà, ecco una casa nuova!
La città di Salta è questo. Chiudo il discorso per noia.
La provincia, invece, presenta aspetti abbastanza interessanti. Il percorso tra Cafayate e Salta è un toboga di formazioni rocciose dall’aspetto quantomeno inusuale.



L’Anfiteatro, la Garganta del Diablo, l’Obelisco. Vale la pena? Che dire…. Ho sgoduto quando, deviando con il mio potente mezzo tout-terrain-quasi-anfibio, sono sceso al torrente che scorre accanto alla strada, lungo un sentiero mai solcato dall’uomo e ho vissuto per 5 ore come un cowboy del 19º secolo. Una borraccia da riempire, un pezzo di pane da mangiare con le poche cibarie rimaste. Il sole caldo, l’acqua fresca e la solitudine. Ragazzi! Questo è il paradiso. Sono nudo in mezzo all’acqua ghiacciata. Sono il re della vallata. Sto bevendo la mia vita. Ringraziando Pachamama. Pachamama è la madre terra, che qui ha un senso ancora mistico che nel credo Indio rasenta l’idolatria. Parlo al presente, perchè ancora oggi durante le feste, si riserva un momento alla preghiera a Pachamama, offrendole acqua e cibo, in cambio di protezione.



Da Salta a Jujuy ci sono 90 kilometri di autopista. Ma qui, non avendo ancora inventato i segnali stradali, sbagliando strada possono diventare 200. E di notte, lungo un cammino di montagna frequentato da vacche e cavalli a mandrie, significa 5 ore di viaggio.
In compenso la città di di San Salvador de Jujuy è orribile. No, dài, adesso stai sputando nel piatto dove mangi… Ochei, Jujuy non è proprio orribile. Ma anche un Argentino capisce che a Jujuy non c’è nulla di bello.



Jujuy è la provincia più a nord. La Bolivia, il Chile. Jujuy è un altiplano semi desertico dove il colore beige fa da padrone. Montagne, case, vento, polvere. Tutto è beige. Difficile da mettere a fuoco. Difficile da guardare. Difficile da distinguere qualcosa.



A Purnamarca c’è il monte che chiamano Cerro dei sette colori, attrazione turistica per eccellenza. Bene, i colori ci sono, ma anche questo è inauditamente circondato da fili elettrici. Le foto della cartolina sono ritoccate in Photoshop da mani pietose. Gita a Purnamarca: 100 pesos. Almuerzo a base di Tamales e Humitas (OTTIME!!!!!): 8 pesos. Costo di una camera nel migliore albergo: 20 pesos. La risata nervosa che deriva dal girare tutto il paese senza riuscire a trovare una inquadratura libera da fili: non ha prezzo!



Per salire a Humahuaca, il pueblo che domina Las Quebradas, le formazioni rocciose pubblicizzate per le forme e i colori (rosso, rosa, bianco, viola e verde) si passa il Tropico del Capricornio. I tropici e l’equatore sono i veri confini e crocevia del planeta, quasi sempre segnalati da tótem o iscrizioni nella roccia. Le uniche vere frontiere che vorrò mantenere quando avrò conquistato il mondo e abolito nazioni, eserciti e valute.



Humahuaca è una vera attrazione. Tanto vecchia da sembrare bella. Qui è necesario ancora un piccolo glossario: in Sudamerica nuovo riferito alle case è il nostro recente… fino a 10 anni fa, per intenderci. Il vecchio ha più di dieci anni e antico significa che ha più di 50 anni.
Humahuaca, in senso Sudamericano, è antica.



Tutto a Humahuaca è beige. Tutto.
Il freddo di notte annichilisce. Il caldo di giorno soffoca le persone meno forti del sottoscritto, che invece al sole si ricarica come una pila. L’unica stazione di servizio è senza gasolio. Ma Humahuaca vale la pena. Di notte, poi, nei bar suonano musica Chacarena e coppie di ballerini decisamente affascinanti, non smettono mai di divertirsi offrendo ai poveri mortali che non si sanno muovere, uno spettacolo interessante.
A nord di Humahaca il paesaggio è più affascinante della Quebrada che abbiamo appena passato, ampiamente reclamizzata da tutte le agenzie di viaggio.
Dico abbiamo, perchè occasionalmente viaggio in compagnia. Diego, il mio primo di Buenos Aires, mi ha raggiunto a Corrientes per le due settimane di vacanze invernali di alunni e professori. Lui è professore (di inglese), ma con l’entusiasmo e il cuore innocente dell’alunno. Perfecto compañero. Karen e Stephanie sono Irlandesi. Montagnine. Con zaini tanto grandi che il Bambi non ha fatto fatica a entrarvicivisi.
Insieme decidiamo di andare in Bolivia, a Villason. A metà strada, Abra Pampa è una città che ogni essere umano pensante si rifiuterebe di vivere. A 4000 metri, nel deserto, tira un vento 24 ore su 24 che taglia i volti con la polvere. Come se decidessi di vivere a Carrara, tra un masso di marmo e la trivella che lo sta tagliando via dalla montagna.



A 4000 metri il Bambi non ha la stessa potenza di s.l.m., io perdo sangue dal naso e le orecchie sono due mantici da camino. Ma masticando foglie di coca, di cui il mercato di Jujuy è pieno, facciamo finta che riusciamo a sopportare meglio l’altezza e andiamo avanti. Come ho già detto in Sudamerica le distanze tra le città sono immense. A 4000 metri, con la bora triestina da esportazione, il percorso sembra infinito. Ma arriviamo a La Quiaca, la città Argentina più a nord.
5765 kilometri da Ushuaia, quella più a sud. Credevo di più.



Tra La Quiaca e Villason c’è un ponte lungo otto spanne. Il traffico di esseri umani trascinanti sulle spalle ciascuno un sacco di cemento. Mi fa pensare. A cosa non so. Ma una logica deve pur esserci. La Bolivia - La Paz a parte, immagino, è un altopiano deserto ancora più alto e più beige di Jujuy. Per individuarsi tra di loro nel niente, qui utilizzano uno stratagemma divertente: i colori dei vestiti. Il rosso è perennemente presente, poi il nero, il giallo, il viola. Tutti colori forti e contrastanti con il beige circostante, ma anche fra loro. Quello che Benetton ha cercato di esportare negli anni ottanta, è il vestito tradizionale dei Boliviani. E la tradizione continua. A parte i vestiti, direi poco o niente. Non amano farsi fotografare.



La pobreza qui regna sovrana e a Villason, tra la polvere, si fanno avanti eserciti di bambini che ti chiedono una moneta. Due, meglio. In queste condizioni non possono certo essere definiti una popolazione cordiale. Se poi ti siedi a un bar (e già capire che quello è un bar è stata una impresa) e ordini un caffè, passano venti minuti nei quali: scaldano l’acqua, vanno a cercare del Nescafé, rubano due bustine di zucchero all’altro bar dietro l’angolo e un tovagliolo di carta al tavolo a fianco, dove sta mangiando un altro cliente.
Gli Argentini, in Bolivia, sono tutti miliardari. Noi siamo extraterrestri.



Torniamo en el País. Da Abra Pampa inizia la mitica Ruta 40, che attraversa l’Argentina fino allo Stretto di Magellano. 70 kilometri più a sud di Abra Pampa come un miraggio ci viene incontro la Grandes Salinas. Il deserto di sale è enorme e affascinante. Faccio lo splendido e non chiedo informazioni. Vado su e giù per il deserto e alle tre del pomeriggio, in una parte dove erano già passati veicoli e riesco a interrarmi con il Bambi.




A quell’ora l’acqua sottostante, normalmente ghiacciata, si scioglie. Il pantano e l’inclinazione fanno del Bambi uno spettacolo quasi infernale, in quel mare bianco. Ma i nostri prodi non cedono un passo e dopo ben 4 ore di lavoro, riusciamo a portare a casa la pellaccia. Diesel per arrivare alla Grandes Salinas: 50 pesos. Autoctoni che mi hanno tirato fuori dai carboni ardenti: 100 pesos. Avventura vissuta, con relativa possibilità di dormire nel Bambi all’adiaccio (in 4!!!!): non ha prezzo!!



Lascio los compañeros e mi rifugio a San Miguel de Tucuman. Il Bambi ha bisogno di cure.
Bella città. Ogni notte, in piazza, la musica chacarena accompagna stuoli di ballerini: vecchi, adulti, Giovanni e giovanissimi. Vederli ballare è bello. Peccato che la poca luce non permetta le fotografie.
Qui vengo accolto come un fratello da tutti. La famiglia di di Humberto Novello è originaria di Venezia. Sua madre, cresciuta tra l’Abetone e l’Etiopia, è arrivata a Tucuman nel 1947, e da brava squinzia italiana dava scandalo con i suoi bikini attilati e una cascata di capelli rossi. Mi ha cucinato delle lasagne che neanche al El Toulà. L’ho adorata.
Humberto, oltre ad avermi fatto tanta compagnia, mi ha fatto anche conoscere la mia prossima follia. Una jeep da urlo, che se mia moglie mi raggiunge, andiamo a spassarcela a Necochea, in estate.
Per il momento mi accontento di dare un pasaggio a una bella autostoppista autoctona.



Ma è arrivato il momento di ripartire. Ho deciso per il Chile, naturalmente la via più difficile. Da Salta salgo a San Antonio de los Cobres, seguendo il percorso del Tren de las Nubes, per affrontare el Paso de Sico. 4560 mt/slm. Quanto è alto il Monte Bianco?



Le bimbe vivono nel vento offrendo piccoli lama.