Solitudine e Brazil
Saturday, March 26, 2005, 09:07 PM
Tra Conakry e Vitoria sulla rotta 222, non abbiamo mai trovato mare mosso. Solo una enorme chiazza di olio blu ribattezzata dal sottoscritto Lago Atlantico. Meglio così.

La traversata sembra lunga ma vorrei non finisse mai, mentre fra pochi giorni vedremo il Brasile.
Non sono interessato a nulla, se non a questo mare che sta pulendo l’anima. Vorrei restare su questa nave in eterno. O almeno fino a quando avrò finito di sognare.
E dubito che quel giorno arriverà.
Il mare è blu intenso, profondo e brillante.
Il cargo dà questa sensazione: essere solo.
Dà la possibilità – specialmente alle persone mentalmente instabili come il sottoscritto – di confondersi con la nave, con il cielo aperto e il mare immenso che si attraversa in solitudine. Come se il mare fosse lì solo per te. Come se nessuna altra imbarcazione sia stata ancora inventata.
Nelle giornate appena trascorse, l’unica forma di vita che potevo osservare intorno a me sono stati i pesci volanti che al passaggio dello scafo spiccavano il loro salto per allontanarsi dal Mostro Natante. Sono migliaia e spesso si allontanano volando in gruppo. Alcuni percorrono 40 metri e più. Sono piccoli, direi 15 centimetri fuori tutto. E sono argentati come delfini. La regolarità della loro presenza si amalgama perfettamente al rollio sordo del cargo, alla totale assenza di altre navi all’orizzonte e al ritmo lento dei tanti rumori di sottofondo con cui conviviamo: le onde, la vibrazione dalla sala macchine, l’aria climatizzata in camera, il vento.




Purtroppo (e carico questo purtroppo di tutta la nostalgia immaginabile) stamattina un cormorano nero mi ha fatto pensare che abbiamo ormai superato l’equatore e il Brasile non è a più di 90 miglia.
Il cormorano è più grande del gabbiano.
Attenzione: non sono sicuro che si tratti di un cormorano, ma per salvaguardare il tuo equilibrio ormonale evito di chiamarlo grande uccello nero.
Ha il becco allungato e lo sguardo sveglio. Venuto da chissà dove, continuava a passarmi davanti mentre facevo ginnastica sul ponte più alto.
Diciamo che eravamo reciprocamente interessati. Konrad Lorenz capirebbe.
Dopo aver volato fino alla prua della nave tornava indietro e arrivato alla mia altezza si tuffava nell’oceano. Spaccone. Alcune volte il tuffo iniziava da considerevole altezza e in questi casi restava sott’acqua per dieci o quindici secondi per poi volare via. Altre volte si immergeva quasi dal pelo d’acqua per riemergere dopo pochi secondi, e sedersi per alcuni istanti sul mare.
Dovete immaginarmi mentre calcolo i secondi di immersione e cerco di non perdere di vista il punto dove l’ho visto sparire.
Agile, veloce, potente, a Pellizzari gli fa una pippa.
Ho anche cercato di analizzare il suo volo in base agli studi di aerodinamica che mi sono serviti per diventare pilota di parapendio, e ogni volta che vedevo il cormorano volare controvento senza sbattere le ali e andare più veloce della nave, che viaggia a 19 nodi, mi dicevo che tutte quelle regole sono colossali scientifiche palle.

La giornata è perfetta. Il sole è reso cocente dal riverbero dell’acqua. Ci allontaniamo dall’equatore e anche se per alcuni giorni sarà ancora clima tropicale, raggiungeremo inesorabilmente climi più temperati che mi faranno rimpiangere presto questo viaggio.

Primo scalo Vitoria.
Beh. L’avvicinamento al porto è quanto meno impressionante. Lunghe spiagge soffocate da grattacieli come a Honk Kong (hai presente Honk Kong, vero?) a loro volta soffocati da colline, pannozzi di zucchero e montagne.
Giganteschi e flessuosi ponti sotto i quali questo mostro di Repubblica Argentina passa agevolmente. In alto, il monastero bianco arroccato come sul monte Athos.



E poi, nel fiordo al di là del ponte, facciamo lo slalom speciale tra gli isolotti verdeggianti che separano il mare dal porto. Tra i grattacieli in primo piano e la foresta tropicale sullo sfondo, un muro di centinaia di decine di migliaia di miliardi di case piccole e vecchie e brutte e in perenne costruzione che quando gliel’ho raccontato al Duomo di Milano, è arrossito.
Dopo aver fatto retromarcia, attracchiamo in una lingua d’acqua colore coca cola che ci separa dal centro città.
Il taxi ci porta al Chope Vitoria per 6 dolares. Il taxista sembra avere una paresi che lo costringe a ridere e proferire cagate a manetta in uno spanglish, pardon, portunglish da accapponare la pelle. Comunque lungo il tragitto imparo i fondamentali della lingua locale.
Soprattutto leggendo i cartelloni pubblicitari o le insegne dei negozi mi convinco che i brasiliani parlano Spagnolo. Solo che sono costantemente sborniati, forse solo di troppo sole, e quindi gli viene fuori il portughenji. Che è come uno spagnolo pronuncerebbe lo spagnolo con una San Miguel infilzata nei premolari.
Arriviamo al Chope Vitoria. Riesco a non vomitare nel taxi e a trasmettergli con una certa scioltezza che la nostra intenzione è visitare il centro della città e non il centro commerciale.
L’espressione visitare il centro città alle tre del pomeriggio, in portughenji significa fottere una troia, così ci propone una discoteca. Non lo ammazzo ma poco ci manca.
Esausti dal caldo arriviamo non vi dico dove, ma tanto per darvi l’idea era qualcosa di maledettamente vicino al buco del cargo del mondo. Gli mollo altri 5 dolares e lui mi lascia un suo biglietto da visita scritto a penna blu e illeggibile, con un numero di telefono.
Non lo commento, ma lo conservo a futura memoria.
La città di Vitoria è una selva di insegne marce e di stili architettonici: anonimo, europeo anni sessanta, tropicale filo socialista anni settanta, favelas di classe, chalet canadese, fascista o Gotham City, Asia filo capitalista (immagina Gratosoglio bombardata dagli zero), coloniale spagnolo, postmoderno, fai da te, mordi-e-fuggi, Montecarlo dei nullatenenti, Legoland. Uno schifo che è difficile pensare di farci qualcosa di diverso da sommergerla di inverosimile e venire via senza salutare.

Altro taxi. Il taxista ha una paresi ancora più accentuata del primo. Io gli consiglio un chirurgo plastico, e lui mi dice che vivere a Vitoria è bellissimo, anzi gostoso. A parte la mafia, i mafiosi, la polizia mafiosa e gli amici mafiosi e le persone mafiose che incontra per strada.
Cazzo, ma io sono scemo! Vendo il Bambi e mi installo qui subito!
Decidiamo di attraversare in barca il canale che separa la città dal molo dove è attraccata la Repatina. 1 Real a persona.
Un tizio guida uno yacht a remi con cinque posti. Si sbarca, si sale una scala dove un tizio indica dove andare a pagare, vale a dire di fronte a lui. Si paga a un terzo tizio e si esce da una sottospecie di cancello contapersone costruito nel 1934 e ripitturato con cura nel 1978. Se passando fai scattare il cancello due volte, paghi doppio.
Mettersi a discutere senza conoscere bene né l’idioma né l’idiozia locale è idiota.
In qualsiasi chope in giro per la città è così. Uno ti serve, uno ti indica dove pagare e un terzo prende i soldi. Mi ricordo qualcosa del genere in Goodbye Lenin, naturalmente prima dell’89.
La sola, piccola fresca essenza che vale la pena segnalare a chi non la conosce è il Caldo de Caña. Che non è altro che il Guarapo della Isla, mi querida Cuba. Che non è altro che un bastone di canna da zucchero stritolato al momento e versato in un bicchierino di plastica bianca con un po’ di ghiaccio.
Una leccornia. Vale il viaggio.
Altra nota positiva della città: pessoas com carinho, la cortesia delle persone e in particolare la ragazza dagli occhi dolci come quelli di una ragazza brasiliana dagli occhi dolci, che ci ha servito il Caldo de Caña.
La città è costellata di negozi che vendono occhiali da sole Italiani: Repsol, Ray Ban, Gucci eccetera, agli stessi prezzi che in Europa! Le altre botteghe vendono solo residuati bellici della terza guerra mondiale, che di sicuro qui c’è stata. Non so se piangere o vomitare, ma i conati mi fanno propendere per la seconda.
Poi ci bevo su con un altro Guarapo, pardon, Caldo de Caña. Anche il Sugo de Mango con agua o con leche è fatto al momento ed è un’esperienza.

Per scendere a Rio, siamo partiti alle 14:30 del 15 sulla rotta 236 e abbiamo visto le prime luci della città all’aurora.

Entrare nella Baía de Guanabara a Rio de Janeiro, in nave, all’alba.

Forse la frase stessa basta e rendere l’idea di quanto magico possa essere vivere questa esperienza.
Le decine di Pão fanno da corollario alla città. All’estrema sinistra il Pão de Açúcar, tra la Praia de Flamenco e quella di Copacabana, la più grande di tutte.
A destra il lungo, immenso, sinuoso ponte Costa e Silva che unisce Rio a Niterói.
In mezzo, il Corcovado bianco che saluta e domina.
Rio è una città che ha vissuto una urbanizzazione da neuropsichiatria atlantica. O poco ci manca. Sulle piccole case coloniali a due piani sono stati edificati grattacieli sui quali dominano le catapecchie.
Tra le case coloniali e il mare, hanno spianato un aeroporto e gli aerei sembrano decollare dall’acqua. Sopra le favelas, si levano in alto i monti lussureggianti che circondano il golfo e sopra i monti c’è il Cristo a braccia aperte che sconfortato sembra lì lì per dire: ma guarda che razza di casino qui sotto!



La parte più decentrata e lontana dalle spiagge è il centro, con accanto l’aeroporto.
Il centro è a sei chilometri da Copacabana, a otto da Ipanema. Il resto è più lontano.
Ma almeno qui, Linate - rispetto a Piazza Duomo - è in piazza San Babila.
Per quelli non molto pratici di Milano (o che scelgono Parabiago per dormirci un week end), è come a Paris se l’Eiffel fosse la torre di controllo e Les Champs Elisées la pista.
Sempre per paragonare con la France, Copacabana non è concettualmente diversa di Nice.
Un lungomare leggermente concavo sul quale si affacciano grandi Hotel internazionali dai nomi noti e le facciate bianche. Solo che marciapiedi, strade, spartitraffico e spiaggia, a Rio sono larghi il triplo.
Tra la strada e la spiaggia stanno ancora smontando gli enormi tralicci per gli spettatori della parata di carnevale di un mese fa.
Penso che finiranno a Settembre, giusto in tempo per cominciare a rimontarli.
A differenza di Nice, sparsi per Rio ci sono degli orologi che sembrano funzionare, ma quando si alternano a indicare la temperatura viene sempre fuori 38°. Che è la febbre di Loretta con la tracheite, oggi. E la giornata è nuvolosa! E Loretta non ce la fa a sudare così tanto in tutta la vita.
Ecco. Rio suda. Questa è una verità che merita uno scalpello e del travertino.
Anche per questo non si può resistere alla gioiosa sensazione dell’acqua dell’oceano sul corpo che ti illude di salvare la ghirba ancora per qualche ora.
Ma di sicuro non è l’acqua più pulita del mondo!
Meglio un Guarapo, cioè un Caldo de Caña.
Ipanema è – forse – più a misura d’uomo. Ma quell’uomo non sono io.

La rotta per scendere da Rio a Santos è 244. Siamo partiti mercoledì alle 20:30 e ieri mattina alle 9:30 abbiamo gettato l’ancora in coda ad altri cargo in attesa di una banchina libera.

Il mondo non è mai come lo si immagina.
Mentre tutti ci consigliavano di prendere un taxi e raggiungere il centro e la spiaggia Gonzaga che è la parte migliore di Santos e di stare attenti alle favelas di fronte al porto, io e Pierre, il mio compagno di viaggio Bretone, siamo scesi e a piedi abbiamo visitato proprio il quartiere intorno al porto.
Le belle case fineottocento slash inizionovecento abbandonate e decrepite, ci dicevano che un tempo quello era un quartiere ricco. Ora, dietro le facciate conservate male, hanno costruito dei grandi depositi che vivono del lavoro che dà il porto. La gente è povera, loquace e allegra. Una ragazza nel bar dove abbiamo preso un caffè, non ha nascosto di apprezzare i miei occhi, manifestazione quasi inconcepibile in Europa, pur essendo io accessoriato di stupendi occhi blu.
La macchina del caffè è italiana – San Marco – il caffè è buono, ma decisamente diverso dall’espresso nazionale.



In un alimentari, la signora al banco parlava una lingua comprensibilissima, ai limiti dello Spagnolo. Carlos, entrato dopo di noi e parlandomi in Italiano mi fa notare che loro non sono mica bayanas, quelli del nord. Evidentemente al nord hanno accenti che in Padania definiscono terroni. Mi dice che suo cugino vive a Roma, lavora alla FAO ed è un amico del proprietario della Grimaldi.
Verosimile: il mondo è il giardino di casa mia.
Carlos è proprietario di - Milano -, il negozio di piastrelle accanto agli alimentari.

A proposito di Milano. Mi viene in mente che già a Rio ho saputo che Ale si è fatto il regalo di Natale, senza dirlo a nessuno. Beh, Ale, ora lo sanno tutti!
E forse tu eri l’unico a non sapere quello che tutti sapevano già.
Peccato non essere lì a vedere la tua espressione: prima inebetita, poi incredula e poi inquisitoria su chi e come e dove e quando e perché e perché tu non hai avuto la situazione sotto controllo e… ma quante paranoie ti fai?
Beh, in ogni caso congratulazioni, amico!
Stai diventando l’uomo più adatto che conosco per fare il papà.
Ricorda sempre che il compito dei genitori non è tener legati, ma saper rendere indipendenti i figli, e sarai un ottimo papà.



Dopo aver camminato nelle città Brasiliane ti ritrovi in tasca una manciata di fogliettini che recitano Dinheiro Rápido! Vorrebbe essere una offerta di prestito, ma a me, da bravo alloctono, suona più come un O la borsa o la vita! non so a te.
Leggendo meglio servono solo: i due ultimi contra-cheques, più la carta di identità e la residenza in Xerox.
Mi viene in mente che negli States chiamano Kleenex i fazzolettini di carta, o Jacuzzi le vasche con idromassaggio.
Così ho pensato di fare tante Xerox di Dinheiro Rapido! per usarli come Kleenex. Ma forse rendono meglio come Scottex.
Battuta filoescatologica a parte, il Lago Atlantico non accenna a mostrare non dico la sua potenza, ma neppure un po’ di schiuma da sembrare onda. Meglio così.

Il viaggio è lungo. La velocità è quella di una bicicletta.
Prossima puntata: Argentina! Per il momento è tutto. Passo e chiudo.