Da Casablanca a Conakry
Wednesday, March 9, 2005, 10:36 PM
Sono in viaggio sulla Repubblica Argentina, cargo battente bandiera Italiana e in questi giorni stiamo affrontando la traversata che ci porterà a Vitoria dove arriveremo il 14, secondo le stime ufficiali del nostro capitano.

Dopo alcuni giorni di sole caldo e, ieri a Conakry, anche molto umido, oggi sta piovendo sull’oceano. Un perfetto angolo di trecentosessantagradi con goccioloni così, tutto intorno a noi. Acqua sotto e sopra. Acqua sul ponte, sugli oblò, sulle scale. Hai presente l’acqua, quella bagnata? Bene! Quella.
Il viaggio in cargo è la mia esperienza stupenda. Poche persone, nessun fronzolo come le navi turistiche, niente vita sociale se non a tavola.
Niente di finto. Niente di forzato. Apprezzo.
La vita a bordo è perfetta: fatta di solitudine, di tempo ritrovato, di ricerca interiore.
Tutto intorno, una microsocietà che si sposta nel mondo.
L’equipaggio lavora e si relaziona quotidianamente ai pochi passeggeri solo nell’indispensabile. Per alcuni di questi l’unico al quale relazionarsi è il cameriere, poliglotta: napoletano.
Io ho legato con due Francesi (un Francese e un Bretone, in realtà) e dopo i dieci giorni passati a Bilbao insegnando lo spagnolo ai Baschi, ora sto facendo una full immersion transalpina.
All’esterno, solo il rumore silenzioso del mare, del cielo e della distanza.

Alle giornate tranquille vissute nel continuo dolce rollio, si alternano attracchi ai porti con il relativo traffico di merci e persone. Qui i Cargo entrano in contatto con le comunità più disparate, più o meno professionali ma tutte basate sul sistema della corruzione - a parte gli Stati Uniti - e con modalità, lingue e tempistiche molto varie (anche se, si sa, per mare è l’inglese è la lingua ufficiale, in Africa l’Inglese assume nuove dimensioni, nuove ristrutturazioni del piano cognitivo: ginnastica per la mente).

Sono sceso in tutti i paesi che abbiamo toccato e questa è la cronaca differita della partita, raccontata con l’occhio ingenuo di chi visita per la prima volta e per poche ore.



Casablanca è sempre stata un gran casino? Ebbene, è ancora un gran casino. Il porto è un casino, la città è un casino, la Medina è un casino. Curiosamente non ci sono casini. Non ci sono neanche le donne e quando ci sono, sono inguardabili. Spiegato il motivo.
Casablanca è colore e contaminazione di culture. Tutti parlano tutto: Italiano, Francese, Inglese, Spagnolo, Tedesco, Cinese, Arabo, Berbero. Tutti sono vestiti di scuro. Ladri e poliziotti cavalcano vecchi Ciao o antichi Peugeot scuri come i loro vestiti.
Casablanca è la Mecca Cola e il MeccaDonald’s, il the alla menta dolcissimo, i minitaxi e le spezie in vendita, per terra. È tanta gente gentile. Casablanca è ricca di alberghi a 26 stelle, e monolocali con 26 abitanti. Venditori di cellulari che fanno anche il caffè e venditori di polli e piccioni vivi.
La logistica è altrettanto interessante perché i negozi degli stessi generi sono spesso raggruppati: c’è la via dei ferramenta, la piazza della frutta secca, il quartiere degli artigiani il comprensorio sciistico delle scarpe e il mercato delle carni.
Solo i telecentre sono dislocati con una logica randomica: qua e là.
Ci sono pochissimi bar, in confronto a Bilbao, per esempio. [ma Bilbao è un’altra storia: ho contato 16 bar in una viuzza con 18 negozi] In compenso i pochi bar che ci sono, sono strapieni, e di soli uomini. Nei bar i Casablanchesi bevono, mangiano, parlano, fumano marijuana, e guardano film americani senza sonoro. Seguono i sottotitoli.



Dakar, in una azzeccata espressione italiana, è un porto di mare. Dal porto non si esce e la città è già nel porto. I commercianti di strada iniziano a corteggiarti appena fuori dalla nave e lo fanno con insistenza nel tentativo di farti acquistare di tutto. Se non avessi organizzato ancora prima di uscire dalla nave un tour assieme a Jules, un ragazzo del posto, sarei ancora lì a dire non merci! a trecento ragazzi alti snelli e chiaramente neri.
La città appare povera, trasandata e buia. In realtà c’è tutto. Il grande albergo, il ristorante con terrazza panoramica, l’ingorgo di automobili (dodici, contate) e tutti che suonano il clacson, il supermarché, i portici nelle vie principali e le baracche nelle vie secondarie. E poi i palazzi ministeriali e del governo. In un cybercafé sono riuscito a leggere le e-mail. Da Dakar in poi la presenza del cybercafé è diventato il metro di paragone per capire il livello di vita del luogo dove mi trovo. All’interno pochi ragazzi.
Dakar è larga e jolie, con alcuni vecchi palazzi eredità del colonialismo francese e molti nuovi palazzi aborti di qualche architetto di qualche regime filosocialista.
La fontana senza acqua al centro di place de l’indipendence, con i tritoni dorati e le piastrelline verdi potrebbe causare choc anafilattici, ma resisto.
A parte i commercianti, le altre persone sono gentili e riservate. Vestono in maniera semplice e del tutto sobria. Decisamente elegante. Ho apprezzato alcune ragazze carine. Le uniche che ci hanno salutato, però, erano delle prostitute.



A Banjul non ho visto cybercafé. A Banjul non ho visto commercianti di strada o ristoranti o terrazze. Nemmeno ragazze carine. A Banjul non ho visto nulla.
Banjul è nera come i suoi abitanti, senza luci per strada, senza automobili, senza i nomi delle strade, forse anche senza strade.
Lungo il marciapiede c’è una porta. No anzi, la porta non c’è. Lungo il marciapiede c’è un passaggio. Al di là del passaggio, un chiamiamolo cortile. A destra l’entrata di una camera di 2 metri per 3 con un frigorifero e la radio accesa. In alto un neon azzurro. Nel cortile 4 sedie di plastica. Sopra di noi, una magnifica stellata. Questo è il bar…. Sono insieme a Mario che è vestito come un qualsiasi ragazzo nero di NYC, e dato che anche lui è un fan di Reservoir’s dog, mi presenta come Mister P a un nano, Rud di 50 anni, amico suo. Parlo in inglese e in francese. Rud è stato in Italia, a Verona, e ha vissuto per un po’ in Norvegia. Dopo qualche ciao bella e buongiorno come stai, Rud si è lanciato nella dichiarazione che i computer sono strumenti cattivi e stanno portando l’uomo verso la corruzione. Gli ho risposto che il computer è uno strumento di comunicazione. Più potente di un telefono, più completo di un televisore. È l’uomo che può andare più velocemente verso la saggezza o verso la corruzione. Not the computer itself. Un altro ragazzo che fino a quel momento sembrava muto, ha fatto ampi gesti di approvazione. Ho offerto una birra a tutti i presenti e siamo andati via.
Mister M mi porta a casa sua.
Dietro alla porta di compensato, a terra c’è un materasso, di fianco un mobiletto con un vecchio impianto stereo, di fronte un frigorifero basso e lercio, un televisore e un ventilatore che è riuscito a far partire per miracolo. Alle pareti i posters di 2pac e Bob Marley e una lampadina a incandescenza verde che illumina il palazzo. Nell’armadietto, chiuso a chiave, da una grande borsa di plastica tira fuori un kilo di marijuana. Non me ne intendo, ma il profumo sembra ottimo. È entrato suo fratello, vestito come lui, ma più da basket, e si è messo a fumare erba e sorseggiare yougurth da un sacchetto. La televisione trasmetteva CNN. Difficile immaginare come vivessero quotidianamente. Ma molte cose a questo mondo non mi è dato sapere. Mister M prima di uscire mi ha spruzzato addosso un po’ di profumo che neanche la mia bisavola osava portare. Non sono riuscito a fermarlo in tempo. Poi ha esagerato su se stesso e siamo usciti.
Quelli che lui chiama negozi restano aperti fino alle due di notte, quindi – come dire – c’è vita per la strada.



Conakry è l’altro mondo. Conakry è l’afa tropicale che adoro e venti barche affondate e abbandonate appena fuori dal porto. Conakry è l’Africa come la immagino. Autobus arrugginiti e senza finestrini, motorette multicolori guidate da capitribù. Antenne da parco nazionale del Serengeti montate su splendide HZJ 105, la jeep migliore al mondo. Le donne nei costumi tradizionali, pacchiani e stupendi, o con pesanti vassoi in testa, i piatti di yogurth e le banane fritte agli angoli delle vie, l’odore umido, il caldo torrido, il parrucchiere sotto la tenda appesa al muro e le bottiglie di aranciata del 1946.
Ma Conakry è anche il contrario di tutto: una capitale con strade bombardate dall’incuria e case spettrali, accanto a palazzine diplomatiche con i giardinetti curati all’inglese. È la sagoma rotondeggiante del Novotel turistico che fa da contrasto alla squadrata cattedrale cattolica e allo squadratissimo palazzo presidenziale. Sono le ambasciate e i ministeri circondati da venditori di telefoni portatili, cartes et décodage, con tanto di pubblicità sull’insegna.
Conakry è l’arte di arrangiarsi, è la polizia corrotta e tra loro la maggioranza sono donne, i dieci euri che dobbiamo pagare per uscire dal porto, i dieci euri per rientrare, e il ministro dell’interno che viene destituito il giorno stesso della nostra visita.
Per corruzione.
Conakry è Serif. Un vecchio artigiano del legno che ora ha un’industria, per così dire. Ogni anno partecipa alle esposizioni in giro per il mondo e ora sta preparando un baule per la prossima data, in Giappone. Ê stato anche a Roma, Firenze e Venezia. Per me, alcune delle maschere di legno appese alle pareti sono beute che ha rubato in laguna. Ma nel suo album fotografico ha una foto abbracciato a Chirac e Bernadette e la faccenda impone molto rispetto. E ammirazione, come il suo sguardo da vecchio saggio.

Conakry è una bambina di forse sette anni che con apparente disinvoltura porta in spalla un fratellino avvolto nella stoffa.
Ci passa a fianco e non sa. La vediamo passare e non sappiamo.
Conakry è la vita alternativa. Così lontana, così vicina.

Ieri era la festa della donna, ma non so più cosa ci sia da festeggiare.
Sul tappo delle bottiglie di Coca Cola c’è scritto: Vivez l’instant!
Misteri degli uffici marketing di Atlanta… mi sembra estratto paro paro da un carpe diem di luculliana memoria e non trovo alcun nesso con le bollicine scure.
Comunque il consiglio è buono.

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