Chile: el desierto frío
Tuesday, September 6, 2005, 11:51 PM
Prima di lasciare l’Argentina ho vissuto una avventura che ha richiesto una buona dose di coraggio e sangue freddo: lungo il mitico tragitto del Tren de las nubes, il Bambi si è divertito a scorazzare imprudentemente sulle rotaie al posto del treno che sarebbe passato di lì a poco, lascio il Paìs. Adrenalina. Arrivederci, Argentina!



Il Chile non mi accoglie bene. Una coppia di svizzeri di Berna, che percorre il mondo in bicicletta, mi avvisa che qui costa tutto come in Europa e che i Chileni del nord sono freddi peggio degli Svizzeri (!).



Una ruota del Bambi ha deciso di esplodere. Una 900x16, otto tele, praticamente impossibile da bucare. Infatti non mi ha abbandonato per un sasso tagliente o che so io, ma perchè il neofita non aveva abbassato la pressione dei pneumatici prima di imbarcarsi in questa aventura. È difficile da immaginare, ma sto percorrendo un fottuto ripio di polvere e sassi, a 4500 metri di altezza e a 200 kilometri dalla ultima e dalla prossima città. Tanto sole, tanto vento, non un’anima. In queste condizion la pressione atmosferica sollecita tutti gli elementi. Le bottiglie di plastica implodono, le orecchie si chiudono come cassaforti della Federal Reserve. Col solito senno di poi, mi sembra un miracolo che sia esplosa solo una ruota.
Alcuni lama si rifiutano di aiutarmi. Per lo meno non sputano.



Mi risveglio a San Pedro de Atacama.
Sono seduto su un tavolo di legno. Tavole spesse. Stile povero. Come piace a me. Turistico, chi lo nega. Ma sono seduto al sole. Mi sembra un sogno. Dopo tanti posti – pardon – tanti tuguri, freddi e inospitali, con tanto vento freddo e polveroso, finalmente sento il caldo sole delle nove del mattino sulla mia schiena. Al tavolo accanto al mio una coppia di francesi. Lui con un enorme cappello da gaucho sta consultando una mappa della zona. Lei sta desayunando con the e marmellata spalmata su pane tostado.



Ieri, insieme a una Peruana del sud, molto più cordiale degli Atacameñi, ho visitato la Valle della luna. Paesaggi interessanti. Rocce disegnate da Walt Disney in persona. Nomi suggestivi. Ma continuo a preferire le persone vive. Interessante anche che qui, tra inglesi, francesi, tedeschi e svizzeri ho incontrato anche una decina di italiani. Anzi di Milanesi. Anzi, tra Cadorna, de Amicis, e Giussano. Li definirei ex vicini di casa.
San Pedro de Atacama è un inferno nel deserto, a 2500 metri di altezza. La polvere – anzi la chusqua, un polviscolo sottile che si infila anche nelle pagine dei libri – domina il paese. Da lontano, San Pedro è un qualcosa-non-meglio-identificato in una nuvola di chusqua.




È vero: i chileni Acatameñi sono più freddi e distaccati degli svizzeri. Al limite del cafone e qualche volta più in là. Chiedi una informazione e se ti rispondono, lo fanno facendoti notare che non sono l’ufficio informazioni. I carabineros, poi, sono oppressivi e volgari. Fanno ronda in 5-7 persone, si esprimono freddamente per farti notare che sei in divieto di sosta e rischi 200 mila pesos di multa (400 USD, circa) e poi te lo ripetono per intimidirti, o perchè pensano che tu sia un demente che non capisce la lingua. Entrano nei ristoranti e trattano il personale e i clienti come una razza inferiore. Pensano che via Pinochet, è arrivato il loro momento per comandare o che so io…
Ma evidentemente i Chileni sono anche fra i più furbi del mondo se riescono a far venire qui migliaia di inglesi, francesi, tedeschi e svizzeri e italiani, per fargli vedere un deserto di polvere. Anzi di chusqua.



Certo, il paesaggio non assomiglia alla Brianza. Ma chi lascia la propria città e prende un aereo per arrivare in un caratteristico albergo polveroso e caro come il fuoco, il tutto per affittare una mountain bike cara come il fuoco (solo i più sportivi: gli altri si transumano in Van ben organizzati, con conducenti che chiamarli bastardi è fargli un complimento) per pedalare su e giù montagne di roccia e deserto dai nomi affascinanti come Valle de la Luna, Valle de la Muerte, Puna de Atacama ecc, e sudare sotto un sole così, respirando polvere, anzi chusqua, non può che tornare e dire che è stata una vacanza meravigliosa (e cara come il fuoco) perchè altrimenti si spara.



La Puna di Atacama, è uno sterminato deserto di sale dominato dal profilo dei Vulcani. All’interno c’è una laguna protetta abitata da Flamencos, Aironi, che si fermano qui nella continua migrazione nord-sud-nord-sud. Qui ho parlato a lungo di sicurezza, terrorismo e intelligence con un militare inglese, in vacanza con la famiglia. Dopo il Chile, andrà in Malawi e quindi Romania, ad istruire quegli eserciti. Tra l'altro veniva da Oxford, e dopo tanta fatica per interpretare accenti Irish, Welsh, Bostoniani o New Zealander, ho finalmente ascoltato un British English piacevole. Lui pensa che prima o poi, grazie al lavoro di intelligence internazionale, Bin Laden salterà con tutte le organizzazioni parallele. Tra i complimenti all'intelligence italiana, che mi dice tra le migliori del mondo e di cui i successi non vengono mai reclamizzati, mi ha parlato di Cobija: un porto abbandonato con una spiaggia stupenda e desolata… l’idea mi piace.



Fuggo da San Pedro per la troppa polvere e per i troppi turisti per i miei gusti.
E scopro che la valle di Atacama riserva anche piacevoli sorprese. Calama è una cittadina a 98 kilometri a nord di San Pedro, dove tra la tipica esplosione di fili e i colori delle case che a Milano la gente vomiterebbe, ha il suo fascino. Nel deserto, a 2200 mt/slm, il sole è praticamente perenne. Non c’è una nuvola e di giorno sono 27º Celsius. Di notte sono 2º o 3º, ma il Bambi è sempre confortevole e non ho alcuna intenzione di spendere per un albergo, in Chile.



Il Bambi ha bisogno di cure. Il terzo ripio affrontato, ha danneggiato tutti gli elementi deboli che avevano fin qui resistito. A Calama, la capitale delle miniere di rame, trovo tutto al prezzo triplo dell’Argentina, ma le persone sono affidabili e il lavoro è - sembra - perfetto. Manuel Reyes è anche di fatto il re di Calama. Sorride e si diverte come un bimbo in tutto quello che fa. Importa moto cinesi e in sei mesi ha organizzato il Centro Moto più grande della cittadina. Un compagnone.



È quasi il mio compleanno (11 Agosto, ndr) e decido di farmi un bel regalo: vedere l’Oceano Pacifico. Antofagasta, città mitica del mio immaginario collettivo, mi sembra il luogo adatto.
Andiamo insieme a Antofagasta, dove lui ha lavorato per diciottani e scopro che anche qui è conosciutissimo. Si ubriaca con tre bicchieri di Merlot Concha y Toro, e quasi quasi lo riaccompagno a Calama per la paura di farlo guidare.



Ma all’Hotel Antofagasta c’è l’unica wireless della città e devo approfittarne.
Ahimé, Antofagasta non ha niente di mitico. A parte il Villaggio preistórico di Tulor, ma che è più vicino a San Pedro. Ma la visione dell’oceano appaga le mie aspettative.



Incontro Juan Vassallo e suo figlio Johnny. Ora immaginatevi voi come suona Johnny Vassallo su un ragazzo che ricorda Benigni. In Chile! Festeggio il mio compleanno accolto come un fratello dalla famiglia. Il concetto di famiglia in Chile è sempre allargato. Ai numerosi figli, ai generi e ai nipoti… per fortuna mi piacciono i bambini. Johnny Vassallo è anche un payasso, un gran burlone e dopo vari bicchieri di Los Arboles offerto dal sottoscritto, si lancia in una La Bamba, ballando alla maniera di Chuck Berry (se non hai capito guarda Ritorno al futuro II)



Decidiamo di andare insieme alle Salitrere, le miniere di salnitro per le quali i Chileni vinsero la loro guerra del sale con Peru e Bolivia, ricacciandoli indietro di 200 kilometri nei loro attuali confini… non riesco a immaginare giovani discendenti di Spagnoli, farsi ammazzare nel deserto per del fottuto sale, ma tantè. E gli è andata pure bene, perchè oltre al salnitro, hanno scoperto miniere di rame che continuano a funzionare e che determinano l’economia della ragione.
Oggi, in pieno deserto le caserme dell’esercito Chileno ricordano con enorme scritte: siempre vencedores jamais vencidos. Da vomito.



Un inconveniente non permette a Juan Vassallo di accompagnarmi. Peccato. Salgo a Tocopilla, passando da Mejillones, Los Hornitos e Cobija. La costa desertica del Chile si affaccia nell’Oceano con il risultato visivo invernale che mi è dato vedere: le nuvole diffuse alterano le luci e il mare spumoso per le grandi onde rilascia una spuma più scura che dà l’impressione di inquinamento.
Montagne senza un albero, un cespuglio, un filo d’erba, che si gettano rocciose nel mare. Non c’è nessuno.



Grandi massi appoggiati sul declivio, che cadono ad ogni piccolo terremoto invadendo la strada. Nuvole basse, sempre presenti che caratterizzano il microclima della costa cilena del nord: la chiamano neblina. Qui piove – forse – un giorno all’anno – e poco e la temperatura è attorno ai 20 gradi di giorno e scende a 15 di notte. Mentre all’interno, nel deserto a 2500 metri, c’è sempre il sole, e di notte la temperatura precipita a pochi gradi. Per la cronaca a Tocopilla partecipo e quasi vinco il torneo di Ping Pong, organizzato dalla comunità evangelica…. Non mi sto vantando. Ho detto per la cronaca.



Da Tocopilla a Mejillones, Los Hornitos, Cobija e quindi a Iquique. Le fotografie a Los Hornitos, dimostrano quanto tenace sia l’uomo nel costruire villette nel deserto. Lo stile è Americano, non c`è dubbio. Praticamente ogni casa, anche in città, possiede un tanque de agua. Come il Bambi, insomma.




Cobija, è un luogo della memoria. Qui i Boliviani, cento e passa anni fa avevano il loro sbocco al mare. Da qui passava tutto il commercio dei prodotti da esportare. Ora, persa la guerra, il territorio e il porto, a Cobija ci sono solo macerie di una antica ricchezza commerciale



Iquique è una bella contraddizione. Sembra moderna. È piena di catapecchie. È nel deserto, ma è al mare, con una spiaggia che è come a Rio de Janeiro senza i grandi alberghi. Il centro è formato da una infinità di commercianti di bancarelle, uniti e organizzati in mall coperti. Non mi serve nulla e comunque il peso Chileno è sempre sconveniente e non spendo nulla. Sopra la città trovo un campo di decollaggio per parapendio, con una manica a vento impazzita. Dormo in spiaggia, mi sveglio con il fruscio delle onde e un plotone di militari che fa ginnastica.



Ancora kilometri di deserto per arrivare ad Arica, al confine con il Peru. Ma a farla da padrona in Chile, devo sottolinearlo, è il deserto, che cito per la dodicesima e ultima volta, che mi ha stancato come niente altro. Noioso, noioso, noioso.



Arica non si può dire sia brutta. Solo è – come molte città di confine – incomprensibile.
Secondo gli accordi di Huanchaco del 1879, dopo la famosa guerra, Arica avrebbe dovuto essere restituita al Peru. Il referéndum certificò che gli ex nazionalisti Peruani erano ormai diventati commercianti Chileni e non se ne fece nulla. Ma il clima di fredda vicinanza tra vincitori e Vinti, si percepisce ancora. In realtà Chileni si credono superiori a tutti i Paesi confinanti e fa di loro i campioni di antipatia del Sudamerica. Los carabineros, poi, senza un minimo di conoscenza né di senso diplomatico, tranquillamente affermano che la policia in Argentina è tutta corrotta. Da compatire.
Ho parlato male del Chile. Ma per fortuna o per merito ho incontrato Manule Reyes e Juan Vassallo e suo figlio Johnny, che saluto e incontrerò sempre cordialmente.
Vado in Peru.
Ma per terminare in bellezza, ecco a voi il festival dei fili di Calama: una vera poesia.



Via di gran scorrimento


Nel deserto il cielo è sempre più blu.


Illuminazione pubblica


La cordigliera Chilena


Tramonto sulla piazza di Calama

Da quindici giorni sono in Peru e penso che staró qui ancora un mesetto. Da oggi posseggo una chip (TIM!!!!) Chi fosse cosí bizzarro da sentire la mia mancanza e volesse chiamarmi, potrebbe tentare: 0051 (chile) 56 (nasca) 9734877. Abbiate pazienza e ritentate: la copertura è minima.